Un piano vitale per tentare di farla finita col capitale

Vignetta deturnata

Dentro e intorno al libro di Marcello Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice. Il comunismo della destituzione. DeriveApprodi, 2017, 240 pagine, 13 euro.

di Rosario Brancaccio Immanent.

Il testo in questione non ha una lettura facile. Non perché presenti particolari difficoltà dovute ad una complessa densità filosofica come in testi heideggeriani o surrealisti ad esempio, anzi. Il libro è di una semplicità disarmante, quasi come un manuale. Un manuale d’istruzione per la destituzione del presente, hanno detto i nostri amici di quieora.ink. Ma è anche un manuale di sopravvivenza, come nelle intenzioni di quello scritto da Giorgio Cesarano (Manuale di sopravvivenza, Dedalo, 1974) che comincia con queste parole: “È tempo di andare oltre la connotazione raccapricciata della ‘sopravvivenza’; occorre superare la fase esorcistica affinché si rendano visibili i lineamenti della vera guerra“. Ed oggi questi lineamenti sono visibili dappertutto per quelli che vogliono vedere. “Da qualsiasi angolazione si colga, il presente è senza via d’uscita: non ha più nessuna delle sue virtù. Chi vorrebbe a tutti i costi sperare, non ha nessun sostegno. Coloro che pretendono di avere soluzioni, vengono subito smentiti.”, diceva il Comitato invisibile ne L’insurrezione che viene. È proprio perché dobbiamo salvarci la pelle in questa guerra che abbiamo bisogno di istruzioni. Le istruzioni servono a questo e senza questo l’urgenza della rivoluzione viene continuamente allontanata da un numero infinito di irragionevoli ragioni e da inessenziali necessità, oltre ad essere seppellita sotto una ricerca sfrenata e continua – molto virtuale e poco reale, in verità – di attivismo politico (politicista?) che, quasi sempre, interrompono, deviano, rendono impraticabili, confondono i percorsi necessari per organizzarci. È questo avviene anche nel comunista più antagonista, nell’anarchico più convinto, nel ribelle più irrefrenabile, nell’artista o nel poeta più irriducibile. Sembra, che questa confusione, non lasci indenne nemmeno l’operaista più colto, trascendendo persino i pre- o i post-, i trans- o i neo- oppure gli eco- di cui, ultimamente si ammanta, anteponendoli alla parola sacra: operaismo. Disquisendone con particolare piacere, profondità e pervicacia.

Questo libro ha quindi la semplicità di un manuale di sopravvivenza e di uno d’istruzione per la destituzione del presente che era quello che cercavo e mi serviva. E allora perché l’ho letto con fatica? Perché lo ritengo un libro difficile?

È perché qui la scrittura è attraversata continuamente dalla tensione di rompere la divisione tra linguaggio, il reale e la vita. Ma superare questa divisione, allo stato delle cose, è un’impresa che non può realizzarsi prima nel linguaggio e poi nella prassi. “Una teoria … non può pretendere di sussistere in quanto separata dalla prassi.” (G. Agamben, L’uso dei corpi, Neri Pozza, 2014). È così la scrittura si costringe a una continua evocazione del reale e della vita rendendosi frammentaria, scivolosa, non disponibile ad incarnarsi in un mantra, un ritornello che diventando un leitmottiv ‘appagante’ di sottofondo ci rilassa, ci rassicura e ci fa godere della lettura di un libro. E poi … se la scrittura non produce questi ritornelli diventa più difficile la ripetizione rappresentativa, ideologica di quello che si è imparato dal libro: costruendosi dei sottofondi musicali mentali a cui agganciarsi, viene più facile e spettacolare esibirsi nella propria vasta acculturazione. In altre parole questo libro deborda la reificazione del linguaggio, di questo linguaggio. E ciò si percepisce come effetto straniante. È così, qui, la lettura, da sola, risulta insufficiente. Qui occorre farne uso. Occorre, come dice Tarì, riferendosi ad altro, che “si iscriva nell’esistenza”. E, paradossalmente, è proprio questa indeterminazione, impossibilità ad essere un puro prodotto letterario, teorico, che ne fa un libro come si deve: la reificazione della lettura in una cantilena ideologica, da assimilare e da esibire viene ostacolata. Questo libro cerca di resistere alla sussunzione del capitale a trasformare il suo contenuto in un ennesimo stile, più o meno alternativo, da immettere nel mercato culturale. È questo non è cosa di poco conto.

Ma è possibile che nel libro si annidi un altro pericolo.

Centrale nel libro è la ridefinizione destituente di comunismo che è stampata anche in quarta di copertina, al primo rigo. Ora la frase di Marx, nella sua traduzione più esatta è: “Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce e supera lo stato delle cose presenti”. Negli anni ’70 in vari momenti si sviluppò un grosso dibattito su questo. Questo ‘abolisce e supera ‘, che ripetevamo di continuo contro le riproposizioni di una idea di comunismo ideologica e impotente, lo vivevamo in modo costituente. O, più precisamente, i tempi, particolarmente animati, imponevano un’enfasi, un’accento, un tono costituente a questa frase. Il che non era e non è assolutamente automatico. È visto come ci siamo ridotti, non sarebbe il caso che tentassimo di aprire una breccia per permettere – come diceva Benjamin – al passato incompiuto di realizzarsi? Ed una ridefinizione della frase in senso destituente non potrebbe aiutarci? Sostituire le parole – una in origine, due nella traduzione in italiano – ‘abolisce e supera’ con destituisce non sembra sia un’operazione provocatoria o scandalosa. Destituisce ha un ‘gusto’ marxiano almeno quanto quello nella versione costituente che abbiamo incamerato fin’ora. Ed allora perché bollori avvampanti assalgono alcuni compagni e amici quando si trovano di fronte al concetto di destituzione? Perché non sono in grado di fare una riflessione seria e pacata sulla questione. Eppure si tratta di intelligenze notevoli, che ci hanno regalato, negli anni, riflessioni teoriche e filosofiche degne, controcorrenti, efficaci e, perché no?, anche bellissime. Spesso. Perché di fronte al concetto di potenza destituente non solo arricciano il naso ma vanno proprio in tilt, perdono la pazienza e diventando incapaci di pensare? Esprimendo le proprie perplessità, rispetto a questo concetto, con proposizioni banali? Allineandosi, su questo punto, come mai successo nella loro elaborazione teorica, alle più becere ed inutili dottrine emmelle o alle chiacchiere socialdemocratiche. Questo atteggiamento non rende un buon servizio nè alla critica, a cui sono tanto affezionati, nè alla costruzione di una teoria rivoluzionaria all’altezza della contemporaneità. Se non vi piace la parola destituente, dovete criticarla con l’acume, le capacità che vi siete conquistati finora, altrimenti avrete la responsabilità di contribuire all’accelerazione dell’impazzimento totale. O dimostrate storicamente e filosoficamente che una potenza costituente non si trasformi, inevitabilmente, nella tirannia tanatopolitica di un potere costituito, oppure dovete prendere in considerazione la potenza destituente. E il libro di Tarì si inserisce egregiamente nel serio e buon lavoro intorno a questo concetto che è ancora all’inizio, anche se già notevole.

Questi sono, sostanzialmente, i due modi per neutralizzare il libro leggendolo spettacolarmente. Il primo è quello di farne un mantra culturalista da piazzare, ad un buon prezzo, nel mercato del capitale. Il secondo è quello di ridurre il concetto di potenza destituente ad una bizzarria teorica.

Questi due pericoli sono sempre in agguato quando si tenta la rivoluzione. E nel libro c’è questa consapevolezza. C’è l’invito ad imparare in fretta dalle sconfitte passate, richiamandoci alla nostra tradizione, non per conservarne i simulacri e le ceneri, ma il fuoco, insieme all’appello a tenerci per mano. Ad organizzarci.

Sul libro ho recensito poco e riflettuto di più perchè sono convinto che sia più utile leggerlo direttamente. Compratelo, fotocopiatelo, fatevelo prestare, rubatelo. Ne vale la pena. C’è la storia del concetto di potenza destituente in filosofia e nelle rivoluzioni, come già detto, ma anche un nuovo pensiero della statis, della guerra civile, e l’irriducibile antagonismo fra Giustizia e diritto. C’è che il meglio è il resto. C’e la rivolta contro la metropoli. C’è il “noi che io sono” e il Nomos della Comune di Parigi. C’è l’amore che, comunque, è sempre felice insieme al bolscevismo destituente con l’irrealizzabile torre di Tatlin. C’è come conservare la tradizione interrompendola. C’è la necessità di destituire anche la rivoluzione, c’è l’eroico cessare e come attraversare l’orrore con l’intensità della vita. Ci sono le esperienze rivoluzionarie argentine, messicane e del Rojava e i fiammeggianti cortei di testa francesi. Ed altro ancora.

È un piano vitale per farla finita col capitale. O almeno, sicuramente, una buona bozza di piano che può permettere allo scandalo della verità di tentare, realmente e finalmente, di avere la meglio sulle astuzie della Storia (cit. dal libro). Un piano elaborato, con tenacia e intelligenza, non tanto e non solo sulla politica, ma sull’immanenza. Un piano d’immanenza di matrice deleuziana e quindi inseparabile da “una vita“.

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