Tiqqun. Introduzione alla guerra civile 2

Seconda parte di Tiqqun. Introduzione alla guerra civile.

L’Impero, il cittadino

Così il Santo è posto al di sopra del popolo e il popolo non ne sente affatto il peso; esso dirige il popolo e il popolo non ne sente affatto la mano. Così tutto l’impero ama servirlo e non se ne stanca affatto. Come esso non contende il suo primato, non vi è nessuno nell’impero che glielo possa contendere.

Lao Tse, Tao Te Ching

48. La storia dello stato moderno è la storia della sua lotta contro la sua stessa impossibilità, ossia del suo straripamento dovuto all’insieme dei mezzi dispiegati per scongiurarla. L’Impero è l’assunzione di questa impossibilità, e quindi anche dei suoi mezzi. Diremo, per maggior esattezza, che l’impero è la ritorsione [retroussement] dello stato liberale.

Glossa a: c’è quindi la storia ufficiale dello Stato moderno: è il grande racconto giuridico-formale della sovranità: centralizzazione, unificazione, razionalizzazione. E c’è la sua contro-storia, che è storia della sua impossibilità. Se si vuole una genealogia dell’Impero, è da questo lato che bisognerà cercarla: nella massa crescente delle pratiche che bisogna predisporre, dei dispositivi che devono essere attivati perché la finzione permanga. Vale a dire che l’Impero non comincia storicamente là dove finisce lo Stato moderno. L’Impero è piuttosto ciò che, a partire da un certo punto, poniamo il 1914, permette il mantenimento dello Stato moderno come pura apparenza, come forma senza vita. La discontinuità qui non è nella successione da un ordine ad un altro, ma attraversa il tempo: come due piani di consistenza paralleli e eterogenei, come le due storie di cui abbiamo parlato sopra e che sono a loro volta parallele e eterogenee.

Glossa b: per ritorsione si intenderà qui l’ultima possibilità di un sistema esaurito, la quale consiste nel rovesciarsi per poi, meccanicamente, sprofondare in se stesso. Il Fuori diviene il Dentro, e il Dentro diventa illimitato. Ciò che prima era presente in un certo luogo delimitabile, diviene possibile ovunque. Ciò che è ritorto non esiste più positivamente, in maniera concentrata, ma persiste a perdita d’occhio, sospeso. È l’astuzia finale di un sistema, e anche il momento in cui esso è al tempo stesso più vulnerabile ed più inattaccabile. L’operazione attraverso la quale lo Stato liberale si ritorce imperialmente può essere descritta come segue: lo Stato liberale aveva sviluppato due istanze infraistituzionali con le quali teneva a bada, controllava la popolazione: da un lato la polizia, intesa nel senso originale del termine – “La polizia veglia su tutto ciò che riguarda la felicità degli uomini. […] La polizia veglia il vivo” (N. De La Mare, Traite de la police, 1705) –, dall’altro la pubblicità come sfera di ciò che è ugualmente accessibile a ognuno, e quindi indipendentemente dalla sua forma-di-vita. Ciascuna di queste istanze infatti non designava altro che un insieme di pratiche e di dispositivi senza reale continuità, se non per il loro effetto convergente sulla popolazione. La prima si esercitava sul “corpo”, l’altra sulla “anima” di quest’ultima. Bastava allora controllare la definizione sociale di felicità e mantenere l’ordine nella pubblicità per assicurarsi un potere senza limiti. In ciò lo Stato liberale poteva effettivamente permettersi di essere frugale. Durante i secoli XVIII° e XIX°−si sviluppano quindi la polizia e la pubblicità, allo stesso tempo al servizio e al di fuori delle istituzioni stato-nazionali. Ma solo con la Prima guerra mondiale esse divengono l’elemento principale della ritorsione dello Stato liberale in Impero. Si assiste allora a questa cosa curiosa: innestandosi le une sulle altre a favore della guerra, ed in maniera largamente indipendente dagli Stati nazionali, queste pratiche infra-istituzionali danno luogo ai due poli sovra-istituzionali dell’Impero: la polizia diviene il Biopotere, e la pubblicità muta in Spettacolo. A partire da questo punto, lo Stato non scompare, ma diviene secondo riguardo all’insieme transterritoriale di pratiche autonome: quelle dello Spettacolo e quelle del Biopotere.

Glossa c: il 1914 segna il crollo dell’ipotesi liberale, che corrisponde alla fine di quella ‘Pace dei Cent’anni’ uscita dal Congresso di Vienna. E dopo il 1917, in seguito al colpo di Stato bolscevico, quando ogni nazione si trova attraversata e divisa dalla lotta di classe, sopravvive l’illusione di un ordine internazionale. Nella guerra civile mondiale gli Stati perdono il loro statuto interno di neutralità, e se un ordine può ancora esser progettato, non lo può che presentandosi ed affermandosi come sovra-nazionale.

Glossa d: l’Impero si presenta oggi come l’assunzione dell’impossibilità dello Stato moderno ed allo stesso tempo come assunzione dell’impossibilità dell’imperialismo. Da questo punto di vista la decolonizzazione, caratterizzata dalla proliferazione di Stati-fantoccio, rappresenta un momento importante della instaurazione dell’Impero. La decolonizzazione, infatti, istituisce nuove forme orizzontali di potere, forme infra-istituzionali, che funzionano meglio delle precedenti.

49. La sovranità dello stato moderno era fittizia e personale. La sovranità imperiale è pragmatica e impersonale. A differenza dello stato moderno, l’Impero può legittimamente proclamarsi democratico, nella misura in cui non bandisce né privilegia a priori alcuna forma-di-vita. E a ragion veduta, giacché proprio lui assicura l’attenuazione simultanea di tutte le forme-di-vita e il loro libero gioco in questa attenuazione.

Glossa a: sulle macerie della società medievale, lo Stato moderno avrebbe tentato di ricomporre un’unità attorno al principio della rappresentanza, cioè al fatto che una parte della società poteva incarnarne la totalità. Il termine ‘incarnare’ non è qui utilizzato per mancanza d’altro, di meglio. La dottrina dello Stato moderno è infatti esplicitamente la secolarizzazione di una delle più temibili operazioni della teologia cristiana: quella il cui dogma è rappresentato dal simbolo di Nicea. A questo Hobbes consacra un capitolo dell’appendice del Leviathan. La sua teoria della sovranità, che è una teoria della sovranità personale, si fonda sulla dottrina che fa del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo le tre persone di Dio “nel senso di ciò che interpreta il suo proprio ruolo o quello altrui”. Il che consente allo stesso modo di definire il sovrano come l’attore di coloro che hanno deciso di “designare un uomo o un’assemblea per assumere la loro personalità”, in modo tale che “ciascuno si assuma la responsabilità e si riconosca come l’autore stesso di quanto avrà fatto o fatto fare colui che si è assunto la loro personalità in vista del conseguimento della pace e della sicurezza di tutti” (Leviathan). Come accade nella teologia iconofila di Nicea, in cui il Cristo o l’icona non manifestano la presenza di Dio, ma al contrario la sua assenza essenziale, il suo ritiro sensibile, la sua irrappresentabilità, allo stesso modo nello Stato moderno il sovrano è tale perché, nella sua persona, la ‘società civile’ si è , fittiziamente, ritirata. Lo Stato moderno si concepisce pertanto come quella parte di società che non fa parte della società, e che proprio in virtù di ciò è in grado di rappresentarla.

Glossa b: le diverse rivoluzioni borghesi mai hanno attaccato il principio di sovranità personale, nel senso che l’assemblea, o la guida eletta direttamente o indirettamente in nessun modo rompono con l’idea della rappresentabilità della totalità sociale, quindi della società come totalità. Il passaggio dallo Stato assolutista a quello liberale, pertanto, non ha fatto che liquidare la figura del Re, di colui che aveva fatto altrettanto con il mondo medievale dal quale era uscito e che doveva apparire ormai come l’ultima vestigia vivente di quel mondo. Il re fu giudicato, infatti, in quanto ostacolo al processo che lui stesso aveva inaugurato, e la sua morte fu il punto al termine della frase che lui stesso aveva scritto. Solo il principio democratico, promosso dall’interno dallo stesso Stato moderno, poteva trascinare quest’ultimo verso la dissoluzione. L’idea democratica infatti, che professa l’assoluta equivalenza di tutte le forme-di-vita, non è distinta da quella imperiale. La democrazia è imperiale nella misura in cui l’equivalenza tra le forme-di-vita non può venir stabilita che in modo negativo, cioè impedendo con ogni mezzo che le differenze etiche nel loro libero gioco attingano a quell’intensità a partire dalla quale esse divengono politiche. In caso contrario, infatti, nello spazio liscio, nelle linee e nelle alleanze della società democratica si produrrebbero delle fratture, delle discontinuità in virtù delle quali verrebbe intaccata l’equivalenza tra le forme-di-vita. Da questo punto di vista l’Impero e la democrazia non sono altro che il libero gioco di forme-di-vita attenuate, depotenziate come il virus che si inocula in un organismo come vaccino. Marx, in uno dei suoi pochi testi sullo Stato, Critica del diritto politico hegeliano, difendeva la prospettiva imperiale, ‘lo Stato materiale’ in opposizione allo ‘Stato politico’, in questi termini: “La repubblica politica è la democrazia all’interno della forma di Stato astratta. E’ per questo che la forma di Stato astratta della democrazia è la Repubblica”. “La vita politica in senso moderno è la scolastica della vita del popolo. La monarchia è l’espressione piena, finita di questa alienazione. La repubblica è la negazione di questa alienazione all’interno della sua stessa sfera”. “Ogni forma di Stato ha la democrazia come sua verità, pertanto è falsa nella misura in cui essa non è tale democrazia”. “Nella vera democrazia lo Stato politico sparisce”.

Glossa c: l’Impero non si può comprendere che a partire dalla svolta biopolitica del potere. Biopotere e Impero, difatti, non designano tanto la fondazione di nuove forme giuridiche positive, di un nuovo ordine istituzionale, quanto un riassorbimento, una contrazione della vecchia sovranità sostanziale. Il potere da sempre circola nei dispositivi materiali e linguistici, quotidiani, familiari, microfisici, attraversa la vita e i corpi dei soggetti. Diversamente il Biopotere, e in questo sta la sua reale novità, non si rapporta più alla ‘società civile’ come fosse un’ipostasi sovrana, un Grande Soggetto Esterno ad essa contrapposto: esso non è più isolabile dalla società. Biopotere significa: il potere aderisce alla vita e la vita al potere. Si tratta pertanto della radicale trasformazione della forma classica del potere, del suo passaggio dallo stato solido a quello gassoso, molecolare. In sintesi: il Biopotere è la SUBLIMAZIONE del potere. Impossibile concepire l’Impero non partendo dalla comprensione di questa trasformazione: l’Impero non è, non potrebbe sussistere come potere separato dalla società; quest’ultima altrimenti non lo sopporterebbe, travolgendolo con la sua indifferenza come ha fatto con gli ultimi residui della politica classica. L’Impero è immanente alla ‘società’, è ‘la società’ stessa in quanto questa è un potere.

50. L’Impero non esiste positivamente se non nella crisi, ovvero in maniera ancora negativa, reattiva. Se siamo inclusi nell’Impero, è solo a causa dell’impossibilità di escludersene completamente.

51. L’Impero non sopraggiunge al termine di un processo ascendente di civilizzazione, come suo coronamento, ma al termine di un processo involutivo di disgregazione, come ciò che la deve frenare e se possibile paralizzare. Per questa ragione l’Impero è kat-echon. ““Impero” indica qui il potere storico che perviene a trattenere l’avvento dell’Anticristo e la fine dell’eone attuale” (Carl Schmitt, Il Nomos della terra). L’Impero si comprende come l’ultimo bastione contro l’irruzione del caos, e agisce in questa prospettiva minimale.

52. L’Impero presenta alla sua superficie l’aspetto di un raccoglimento parodistico di tutta la storia, ora gelata, della “civiltà”. Questa impressione non è priva di una certa esattezza intuitiva: l’Impero è effettivamente l’ultima stasi della civiltà prima del suo termine, l’ultima estremità della sua agonia, dove tutte le immagini della vita che la abbandona sfilano davanti a lei.

Glossa a: il regime imperiale pan-inclusivo funziona invariabilmente secondo la stessa drammaturgia: qualcosa, per una ragione qualsiasi, si manifesta come estranea all’Impero o in procinto di sfuggirgli. Questo costituisce una situazione di crisi alla quale l’Impero reagisce con uno stato d’emergenza. Solo in questi momenti, in virtù di queste sue effimere operazioni reattive, SI può dire: “l’Impero esiste”.

Glossa b: questo non significa che la società imperiale è divenuta un ‘pieno’ rispetto al quale non esiste alcun resto: il vuoto lasciato dalla decaduta sovranità personale resta tale e quale, di fronte alla società. Questo spazio, il posto del Principe, è oggi occupato dal Nulla del Principio imperiale, che si materializza, si concentra in quei fulmini scagliati contro ciò che pretende di sfuggirgli. Per questo l’Impero non ha governo, non ha un imperatore, perché in esso non si trovano che atti di governo tutti ugualmente negativi. Quello che nella nostra esperienza storica più si avvicina a questo nuovo corso sembra essere ancora il Terrore. Là dove “la libertà universale non può produrre né un’opera positiva né un’operazione positiva, non le resta che l’operazione negativa; essa non potrà che essere furia distruttiva” (Hegel).

Glossa c: l’Impero è tanto più all’opera quanto la crisi è ovunque. La crisi è il modo regolare di esistere dell’Impero, allo stesso modo in cui l’esistenza di una società assicurativa si trova là dove accade un incidente. La temporalità dell’Impero è quella dell’emergenza e della catastrofe.

53. Con la ritorsione dello Stato liberale nell’Impero, si è passati da un mondo ripartito dalla Legge, a uno spazio polarizzato da norme. Il Partito Immaginario è l’altra faccia di questo ripiegamento.

Glossa a: cosa significa il Partito Immaginario? Che il Fuori è passato all’interno. Il ripiegamento si è prodotto senza rumore, senza violenza, quasi nottetempo. Esteriormente nulla è cambiato, almeno nulla che si possa notare. Ci SI stupisce solamente al risveglio di un’inutilità nuova che ha investito le cose più familiari, come le vecchie distinzioni, che hanno cessato di operare e sono divenute, di colpo, ingombranti. Una persistente piccola nevrosi spinge ancora ad assumerSI il compito di distinguere il giusto dall’ingiusto, il sano dal malato, il lavoro dal divertimento, il criminale dall’innocente o l’ordinario dal mostruoso, ma infine bisogna arrendersi all’evidenza: queste antiche opposizioni hanno perduto tutta la potenza dell’intelligibilità. Esse non sono state soppresse, ma restano senza conseguenze. La norma non ha abolito la Legge, l’ha solo svuotata e votata ai suoi scopi, finalizzata alla sua immanenza contabile e amministrativa. La Legge, rientrando nel campo di forza della norma, ha lasciato cadere gli orpelli della trascendenza per funzionare in una sorta di stato d’eccezione indefinitivamente reiterato. Lo stato d’eccezione è il normale regime della Legge. Il Fuori non è più visibile da nessuna parte – la pura Natura, la Grande Follia classica, il Grande Crimine o il Grande Proletariato classico degli operai, con la sua Patria della Giustizia e della Libertà realmente esistenti sono spariti, e lo sono poiché nella realtà avevano perduto la loro forza attrattiva per l’immaginazione, –  il Fuori non si trova più da nessuna parte perché ovunque, in ogni punto del tessuto biopolitico, c’è del Fuori. La follia, il crimine e il proletariato dal ventre cavo non abitano più uno spazio delimitato e conosciuto, non hanno più un loro mondo fuori dal mondo, un getto con o senza muri, ma con la rarefazione sociale sono divenuti una modalità reversibile, una latenza e una possibilità violenta di ogni corpo. A partire da questo vengono giustificati il continuo processo di socializzazione della società e di perfezionamento di tutti i micro-dispositivi di controllo. Il Biopotere non pretende tuttavia di governare e dominare direttamente gli uomini e le cose, bensì delle possibilità e delle condizioni di possibilità. Tutto quello che cadrebbe al di Fuori, l’illegalità, ma anche la miseria o la morte, nella misura in cui SI perviene a gestirlo subisce una integrazione che lo elimina positivamente per rimetterlo in altro modo in circolo. Per questo motivo all’interno del Biopotere la morte non esiste, esiste piuttosto dell’assassinare che circola. Tutto un reticolo di causalità ora cattura ogni vivente attraverso le statistiche sull’insieme dei morti che reclama la sua sopravvivenza (esclusi, piccoli Indonesiani, incidenti sul lavoro, Etiopi di ogni età, stelle fallite, etc.). ma anche da un punto di vista medico la morte è divenuta assassinio, con il moltiplicarsi dei ‘cadaveri con il cuore che batte’, dei ‘morti rosa’, che sarebbero da tempo trapassati se non fossero tenuti in vita artificialmente per avere una riserva di organi per inetti trapianti, conservati per esser trapassati. La verità è che non c’è più un limite identificabile perché la liminarità è diventata l’intima condizione di tutto l’esistente. La Legge fissa delle partizioni, stabilisce distinzioni, delimita ciò che la contravviene, prende atto di un mondo ordinato al quale essa dà forma e durata. La Legge nomina, è continua dominazione, enumerazione di ciò che è fuori-dalla-legge, essa dice il suo fuori. L’esclusione, l’esclusione di ciò che la fonda – la sovranità, la violenza – è il suo stesso gesto fondatore. Al contrario, la norma ignora persino l’idea di una fondazione. La norma non ha memoria, si mantiene in un serrato rapporto con il presente, pretende di sposare completamente l’immanenza. Mentre la Legge si dà in figura, e rispetta la sovranità di ciò che essa non include, la norma è acefala e si felicita ogniqualvolta SI taglia la testa a qualche sovrano. La norma non ha hiéros, luogo proprio, ma agisce, invisibile, sulla totalità dello spazio quadrettato e senza bordo che essa stessa distribuisce. Nulla qui viene escluso o rigettato in una esteriorità designabile: lo statuto di escluso è anzi una modalità dell’inclusione generale. Non si trova quindi che un solo e unico campo, omogeneo ma rifratto in infinite sfumature, un regime di integrazione senza limiti che lavora al contenimento delle forme-di-vita in un gioco a bassa intensità. Regna qui un’inafferrabile istanza totalizzante che dissolve, assorbe e disattiva a priori ogni alterità. Si dispiega in tal modo, su scala planetaria, un processo onnivoro di annichilimento. Il suo fine: fare del mondo un tessuto biopolitico continuo. La norma vigila in attesa che ciò avvenga. Sotto il regime della norma nulla è normale, tutto è da normalizzare. Ciò che funziona è un paradigma positivo del potere. È la norma in quanto ens realissimum, SI dice, a produrre tutto ciò che è. ciò che non rientra nella sua modalità di svelamento non è, e ciò che non è non rientra nella sua modalità di svelamento. La negatività non viene mai riconosciuta come tale, ma dal punto di vista della norma essa è solo difetto, un buco da rammendare nel tessuto biopolitico mondiale. La negatività, questa potenza che non è previsto esista, è consegnata dunque ad una cancellazione che non ne lasci traccia. Il Partito Immaginario è il Fuori di questo mondo privo di Fuori, la discontinuità essenziale che alberga nel cuore di un mondo reso continuo. Il Partito Immaginario è la sede della potenza.

Glossa b: il modo in cui i vecchi Stati territoriali europei hanno ‘abolito’ le loro frontiere, in seguito degli accordi di Schengen, esemplifica nel modo migliore la modalità attraverso la quale la norma ha sussunto la Legge. Per abolizione delle frontiere, cioè rinuncia all’attributo più sacro dello Stato moderno, si intende qui non, naturalmente, la loro scomparsa effettiva, ma al contrario la possibilità permanente della loro restaurazione, a seconda delle circostanze. In tal modo, quando le frontiere sono ‘abolite’, le pratiche doganali non spariscono ma al contrario si trovano, in potenza, estese a tutti i luoghi e tutti i momenti. Nell’Impero, tanto le frontiere quanto le dogane sono divenute volanti.

54. L’Impero non ha e non avrà mai un’esistenza giuridica, istituzionale, perché non ne ha bisogno. L’Impero, a differenza dello Stato moderno, che pretendeva di essere un ordine basato sulla Legge e sull’Istituzione, è il garante di una proliferazione reticolare di norme e di dispositivi. In tempi normali, questi dispositivi sono l’Impero.

Glossa a: ogni intervento dell’Impero lascia dietro sé delle norme e dei dispositivi in virtù dei quali il luogo in cui era sopraggiunta la crisi sarà gestito come spazio di circolazione trasparente. La società imperiale così si prospetta: un’articolazione immensa di dispositivi che innerva l’inerzia fondamentale del tessuto biopolitico elettrizzandola. Nella quadrettatura reticolare della società imperiale, continuamente minacciata dalla disfunzione, dall’incidente, dal blocco, l’Impero è ciò che assicura l’eliminazione delle resistenze alla circolazione, che liquida ciò che ostacola la penetrazione e l’attraversamento dei flussi sociali. L’Impero è ciò che rende sicure le transazioni, che garantisce la superconduttività sociale. Ecco perché l’Impero non ha alcun centro: esso fa sì che ogni nodo del suo reticolo possa essere tale. Tutt’al più ciò che possiamo constatare è l’assemblaggio mondiale dei dispositivi locali di condensazione delle forze, il dispiegamento delle sue operazioni negative attraverso le quali progredisce la trasparenza imperiale. Lo Spettacolo e il Biopotere assicurano in ugual misura la normalizzazione transitiva di tutte le situazioni, la loro effettiva equivalenza, e la continuità intensiva dei flussi.

Glossa b: certo, esistono zone di pressione, zone nelle quali il controllo imperiale è più denso che altrove, in cui ogni interstizio dell’esistente paga il suo tributo al panoptismo generale: qui la popolazione non si distingue dalla polizia. Inversamente, esistono zone dove l’Impero sembra assente e fa sapere che “non osa più avventurarvisi”. Tutto ciò in funzione di considerazioni tattiche: l’Impero calcola, soppesa, valuta, poi decide di presentarsi in un luogo o in un altro, di manifestarsi o ritirarsi. L’Impero non è ovunque, e non è assente da nessun luogo. A differenza dello Stato moderno, l’Impero non pretende di essere la cosa più alta, il sovrano sempre visibile e radioso, ma di essere l’ultima istanza di ogni situazione. Come un ‘parco naturale’ non ha nulla di naturale per tanto che le potenze dell’artificializzazione abbiano giudicato preferibile e deciso di lasciarlo intatto, così l’Impero è presente anche quando è effettivamente assente: in virtù del suo stesso ritiro. L’Impero è tale che esso può essere ovunque, in ogni punto del territorio si mantiene nello scarto tra la situazione normale e la situazione eccezionale. L’Impero può la sua stessa impotenza.

Glossa c: la logica dello Stato moderno è una logica dell’Istituzione e della Legge. Istituzione e Legge sono deterritorializzate, astratte per principio, a differenza del costume, del quale ovunque hanno preso il posto, che invece è sempre locale, sempre eticamente pregno e suscettibile di una contestazione esistenziale. Istituzione e Legge si erigono di fronte agli uomini, verticalmente, attingendo la loro permanenza dalla loro stessa trascendenza, attraverso un’inumana auto-proclamazione. L’Istituzione, come la Legge, stabilisce delle divisioni, nomina per separare, per ordinare, per metter fine al caos del mondo, anzi per relegare il caos in uno spazio delimitabile, quello del Crimine, della Follia, della Ribellione, di ciò che non è autorizzato. Istituzione e Legge sono unite nel non dover rendere ragione di alcunché a nessuno. “La Legge è la Legge”, dice il signore. L’Impero ignora, pur non disdegnandosi di utilizzarla come arma, la logica astratta di Legge e Istituzione. L’Impero non conosce che norme e dispositivi. Come questi ultimi, le norme sono locali, in vigore qui ed ora finché questo funziona, empiricamente. Origine e scopo delle norme non sono da cercare in esse, bensì nel conflitto, nella crisi che le precede. L’essenziale, oggi, non sta più in una preliminare dichiarazione di universalità, che in seguito vorrebbe farsi rispettare ovunque, ma l’attenzione è rivolta piuttosto alle operazioni, alla pragmatica. Si trova ancora, qui, una totalizzazione, ma essa non nasce da una volontà di universalità: risiede piuttosto nell’articolazione stessa dei dispositivi, nella continuità della sua circolazione in essi.

Glossa d: nell’Impero si assiste alla proliferazione del diritto, all’imballarsi ormai cronico della produzione giuridica. Tale proliferazione del diritto, lungi dal sanzionare un qualsiasi trionfo della Legge, al contrario esibisce la sua svalutazione estrema, la sua definitiva caduta in prescrizione. La Legge, sotto il regno della norma, non è che un modo tra molti altri, tutti ugualmente perfezionabili e reversibili, di retroagire sulla società. È una tecnica di governo, nient’altro che un modo per metter fine ad una crisi. La Legge, che lo Stato moderno aveva elevato al rango di unica fonte del diritto, non è più che un’espressione della norma sociale. I giudici stessi non hanno più la preoccupazione di qualificare i fatti e applicare la Legge, ma la funzione sovrana di valutare dell’opportunità di questo o quel giudizio. Da qui la vaghezza delle leggi, nelle quali si troveranno tutt’al più riferimenti a fumosi criteri di normalità, che non costituirà in esse un vizio redibitorio, bensì una delle condizioni della loro durata e della loro applicabilità a tutti i casi della stessa specie. La giudirizzazione del sociale, il ‘governo dei giudici’ non consistono in altro: quest’ultimi non si pronunciano che in nome della norma. Nell’Impero, un ‘processo anti-mafia’ non è che il coronamento della vittoria di una mafia su un’altra, di quella che giudica contro quella che viene giudicata. Qui, il Diritto è un’arma come un’altra nel dispiegamento universale dell’ostilità. Se i Bloom non pervengono più, tendenzialmente, a rapportarsi gli uni agli altri e a torturarsi vicendevolmente che nel linguaggio del Diritto, l’Impero non si affeziona particolarmente a tale linguaggio, poiché lo utilizza all’occasione, secondo l’opportunità; e anche in questi casi esso continua, in fondo, a parlare il solo linguaggio che conosce: quello dell’efficacia, dell’efficacia nel ristabilire la normalità, nel produrre l’ordine pubblico, il generale buon funzionamento della Macchina. Due figure sempre più affini di tale sovranità dell’efficacia a questo punto si impongono, nella convergenza delle loro stesse funzioni: lo sbirro e il medico.

Glossa e: “La Legge dev’essere semplicemente utilizzata come un’altra arma nell’arsenale del governo, ed in questo caso non rappresenta nient’altro che una copertura della propaganda per sbarazzarsi dei membri indesiderati della sfera pubblica. Per ottenere il massimo dell’efficacia, converrà che le attività dei servizi giudiziari siano legati allo sforzo della guerra nel modo più discreto possibile.” Frank Kitson, Low intensity operations – Subversion, Insurgency and Peacekeeping, 1971.

55. È cittadino ogni corpo che abbia attenuato la sua propria forma-di-vita fino a renderla compatibile con l’Impero. Qui, la differenza non viene assolutamente bandita, fintanto che si dispiega sullo sfondo dell’equivalenza generale. La differenza, infatti, serve anche da unità elementare per la gestione imperiale delle identità. Se lo Stato moderno regnava sulla “repubblica fenomenica degli interessi”, possiamo dire che l’Impero regna sulla repubblica fenomenica delle differenze. È ormai attraverso questa mascherata depressiva che si scongiura l’espressione delle forme-di-vita. Così il potere imperiale può restare impersonale: perché è lui stesso il potere personalizzante; così il potere imperiale è totalizzante: perché è lui stesso che individualizza. Più che con delle individualità o delle soggettività, abbiamo qui a che fare con delle individualizzazioni e delle soggettivazioni: transitorie, usa-e-getta, modulari. L’Impero è il libero gioco dei simulacri.

Glossa a: l’unità dell’Impero non è ottenuta a partire da qualche supplemento formale alla realtà, ma sulla scala più bassa, a livello molecolare. L’unità dell’Impero non è che l’uniformità mondiale delle forme-di-vita attenuate prodotta dalla congiunzione dello Spettacolo e del Biopotere. Uniformità mutante più che variegata, poiché fatta certo di differenze, ma tutte tali in rapporto alla norma. Differenze quindi normalizzate. Uniformità fatta di scarti statici. Niente impedisce, sotto l’Impero, di essere un po’ punk, leggermente cinici o moderatamente sadomaso. L’Impero tollera tutte le trasgressioni, a patto che esse restino soft. Non si ha più a che fare, qui, con una totalizzazione volontaristica a priori, ma con una calibratura molecolare delle soggettività e dei corpi. “Nella misura in cui il potere si fa più anonimo e funzionale, ciò su cui esso si esercita tende ad essere più fortemente individualizzato” (Foucault, Surveiller et punir).

Glossa b: “Il mondo, completamente abitato, è ormai in continua festa. Ha deposto l’acciaio che un tempo portava e si è rivolto, incosciente, ad ogni sorta di festività e di divertimento. Le rivalità sono sparite mentre una sola forma di competizione sembra oggi preoccupare tutte le città, quella di offrire il miglior spettacolo in quanto a bellezza e consenso. Il mondo intero è oggi pieno di palestre, fontane, porte monumentali, templi, atelier ed accademie. E possiamo affermare, con scientifica certezza, che un mondo ridotto in agonia si è ristabilito ed ha ripreso a vivere. […] Il mondo intero è stato riorganizzato come un parco divertimenti. Il fumo dei villaggi incendiati e il fuoco degli agguati – acceso da amici o nemici che fossero – è svanito al di là dell’orizzonte, come se un potente vento l’avesse dissipato, ed è stato rimpiazzato dalla molteplicità e dalla varietà innumerevole degli spettacoli e dei giochi incantatori. […] A questo punto i soli popoli per i quali ci si dovrebbe impietosire, a causa delle buone cose di cui sono privati, sono quelli che si trovano al di fuori del tuo impero, se ancora ce ne sono”. Aelius Aristide In Romam , 144 d.C.

56. D’ora in avanti cittadino vuol dire: cittadino dell’Impero.

Glossa: Sotto il dominio di Roma, essere cittadini non era appannaggio dei soli Romani, ma di tutti quelli che, in ogni provincia dell’Impero, manifestavano di possedere una sufficiente conformità etica al modello romano. Esser cittadini non designava uno specifico statuto giuridico se non nella misura in cui questo corrispondeva ad un lavoro individuale di auto-neutralizzazione. Com’è evidente, il termine cittadino non appartiene al linguaggio della Legge, ma a quello della norma. L’appellarsi al cittadino è, dopo la Rivoluzione, una pratica d’emergenza, una pratica che risponde ad una situazione d’eccezione (“la Patria in pericolo”, “la Repubblica minacciata”, etc.). Appellarsi al cittadino non è mai, quindi, far appello al soggetto del diritto, ma l’ingiunzione rivolta a quest’ultimo perché esca da sé e sacrifichi la sua vita, perché si comporti in modo esemplare e sia più di un soggetto di diritto proprio per poterlo rimanere.

57. La decostruzione è il solo pensiero compatibile con l’Impero, quando non ne è il pensiero ufficiale. Quelli che l’hanno celebrata come “pensiero debole” hanno visto bene: la decostruzione è quella pratica discorsiva che tutta intera tende verso un unico obiettivo: dissolvere, squalificare ogni intensità, e non produrne mai da se stessa.

Glossa: Nietzsche, Artaud, Schmitt, Hegel, San Paolo, il romanticismo tedesco, il surrealismo, sembra che la decostruzione abbia la vocazione di prendere a bersaglio nei suoi fastidiosi commentari tutto quello che, nel pensiero, possa diventare prima o poi portatore di intensità. Nel suo dominio, questa nuova forma di polizia che si vorrebbe far passare come innocente continuazione della critica letteraria dopo la caduta in prescrizione di quest’ultima, si rivela di un’efficacia assai temibile. Essa perverrà tra non molto a disporre attorno a ciò che del passato resta virulento un cordone sanitario di digressioni, di riserve, di giochi linguistici e di strizzate d’occhio, prevenendo con la pesantezza dei suoi volumi ogni possibile prolungamento del pensiero nel gesto, lottando, in breve, contro l’evento. Non sorprende che questa spessa corrente di chiacchiera mondiale sia nata da una critica della metafisica intesa come privilegio accordato alla presenza ‘semplice e immediata’, alla parola più che alla scrittura, alla vita piuttosto che al testo ed alla molteplicità dei significati. Certo sarebbe possibile interpretare la decostruzione come una semplice reazione bloomesca. Il decostruttore arriva a non aver più alcuna presa sul benché minimo dettaglio del suo mondo, non essendo letteralmente quasi più al mondo, avendo fatto dell’assenza il suo modo d’essere permanente, e così tenta di assumere la sua bloomitudine attraverso la chiacchiera. Egli si imprigiona nel cerchio chiuso delle realtà che ancora lo toccano in quanto condividono il suo stesso grado di rarefazione: i libri, i testi; ma cessa di vedere in ciò che legge qualcosa che potrebbe rapportarsi alla sua vita, e vede piuttosto in ciò che vive un tessuto di riferimenti a ciò che ha già letto. La presenza ed il mondo nel suo insieme, nella misura in cui l’Impero gliene accorda i mezzi, acquisiscono per il decostruttore un carattere di pura ipotesi. La realtà, l’esperienza non sono per lui che cialtroneschi argomenti d’autorità. C’è qualcosa di militante nella decostruzione, una sorta di militarismo dell’assenza, un ritiro offensivo nel mondo chiuso ma indefinitivamente ricombinabile dei significati. La decostruzione, di fatto, ha una precisa funzione politica al di là della sua apparente fatuità: è quella di far apparire come barbaro tutto quello che si oppone violentemente all’Impero, come mistico chiunque prenda la sua presenza a sé come centro d’energia per la sua rivolta, come fascista ogni conseguenza del pensiero vissuta, ogni gesto. Per questi agenti settoriali della contro-rivoluzione preventiva si tratta semplicemente di prorogare l’epocale sospensione che li fa vivere. L’immediato, come sapeva bene Hegel, è la determinazione più astratta. E come hanno ben compreso i nostri decostruttori: l’avvenire di Hegel è l’Impero.

58. L’Impero non concepisce la guerra civile come un affronto fatto alla sua maestà, come una sfida alla sua onnipotenza, ma semplicemente come un rischio. Così si spiega la controrivoluzione preventiva che l’Impero persegue senza tregua contro tutto quello che potrebbe dare luogo a dei buchi nel tessuto biopolitico continuo. A differenza dello Stato moderno, l’Impero non nega l’esistenza della guerra civile, ma la amministra. Altrimenti dovrebbe privarsi di alcuni mezzi comodi per pilotarla o contenerla. Là dove le sue reti penetrano in modo insufficiente, esso si unirà per il tempo necessario con qualche mafia locale, addirittura con una guerriglia, se queste garantiscono il mantenimento dell’ordine sul territorio loro affidato. Niente è piu estraneo all’Impero della questione di sapere chi controlla chi, purché ci sia del controllo. Dal che risulta che non reagire, qui, è ancora una reazione.

Glossa a: è piacevole osservare a quali comiche contorsioni l’Impero costringe, quando interviene, quelli che pur volendoglisi opporre rifiutano di assumere la guerra civile. Così le anime buone che non potevano comprendere che l’operazione imperiale in Kosovo non era diretta contro i Serbi, ma contro la guerra civile stessa, che cominciava ad estendersi in forme troppo visibili nei Balcani, non avevano altra scelta, nella loro compulsiva necessità di prendere posizione, che schierarsi dalla parte dell’ONU o di Milosevic.

Glossa b: poco dopo Genova e le sue scene di repressione alla cilena, un alto funzionario della polizia italiana rilascia a La Repubblica questa commossa presa di coscienza: “Vi dirò una cosa che mi costa ammettere e che non ho mai riferito a nessuno. […] La polizia non interviene per mettere ordine, ma per gestire il disordine”.

59. La riduzione cibernetica pone idealmente il Bloom come collegamento trasparente dell’informazione sociale. L’Impero si rappresenterà quindi volentieri come una rete della quale ciascuno sarà un nodo. La norma costituisce allora in ciascuno dei sui nodi, l’elemento della conduttività sociale. Prima dell’informazione, è infatti la causalità biopolitica che vi circola, con maggiore o minore resistenza, secondo il gradiente di normalità. Ogni nodo – paesi, corpi, imprese, partiti politici – è ritenuto responsabile della sua resistenza. Questa vale fino al punto di non-conduzione assoluta, o di rifrazione dei flussi. Il nodo in questione sarà allora decretato colpevole, criminale, inumano, e sarà l’oggetto dell’intervento imperiale.

Glossa a: ora, dato che nulla è mai abbastanza spersonalizzato per fungere perfettamente da conduttore dei flussi sociali, ognuno è già sempre in colpa rispetto alla norma, e questo è la condizione stessa della sua sopravvivenza; tale norma del resto non viene stabilita che a posteriori, dopo l’intervento dell’Impero. Questo stato è ciò che chiameremo colpa bianca. Essa è la condizione morale del cittadino nell’Impero, e il motivo per cui non c’è cittadino ma solo prove di cittadinanza.

Glossa b: la rete, con la sua informalità, la sua plasticità, la sua opportunistica incompletezza, offre il modello delle solidarietà deboli, dei legami molli di cui è intessuta la “società” imperiale.

Glossa c: quello che infine appare nella circolazione planetaria della responsabilità, quando l’arresto e il controllo del mondo sono affetti dalla ricerca di colpevoli per i danni di una “catastrofe naturale”, è quanto ogni causalità sia per essenza costruita.

Glossa d: l’Impero è solito adornarsi di quelle che definisce “campagne di sensibilizzazione”. Queste consistono nel deliberato innalzamento della sensibilità dei captatori sociali a questo o a quel fenomeno, cioè di fatto nella creazione del fenomeno in quanto fenomeno, e nella costruzione della maglia di causalità che permetteranno di materializzarlo.

60. L’estensione delle mansioni della polizia imperiale, del Biopotere, è illimitata, perché ciò che essa ha il compito di circoscrivere e di arrestare non è dell’ordine dell’attualità, ma della potenza. L’arbitrario si chiama qui prevenzione, e il rischio è questa potenza dappertutto in atto in quanto potenza che fonda il diritto di ingerenza universale dell’Impero.

Glossa a: il nemico dell’Impero è interno. È l’evento. È tutto ciò che potrebbe accadere e che metterebbe in crisi la maglia delle norme e dei dispositivi. Il nemico è pertanto presente ovunque sotto forma di rischio. E la sollecitudine è oggi la sola causa riconosciuta dei brutali interventi imperiali contro il Partito Immaginario: “Guardate come siamo pronti a proteggervi: infatti quando accade qualcosa di straordinario, che in quanto tale non tiene conto di quelle vecchie abitudini che sono le leggi o la giurisprudenza, interveniamo con tutti i mezzi necessari” (Foucault).

Glossa b: c’è evidentemente un carattere ubuesco del potere imperiale, che non intacca tuttavia l’efficacia della Macchina. E allo stesso modo, c’è un aspetto barocco nell’edificio giuridico nel quale viviamo. In effetti, sembra sia vitale per l’Impero mantenere una certa confusione permanente sui regolamenti in vigore, sui diritti, sulle autorità e le loro competenze. Proprio questo gli consente infatti di poter utilizzare, al momento giusto, tutti i mezzi.

61. Non conviene distinguere tra sbirri e cittadini. Sotto l’Impero la differenza fra la polizia e la popolazione è abolita. Ogni cittadino dell’Impero può, in ogni istante, e in base a una reversibilità propriamente bloomesca, rivelarsi uno sbirro.

Glossa a: l’idea “che il delinquente è il nemico della società intera”, Foucault la vede apparire nella seconda parte del XVIII secolo. Sotto l’Impero essa è estesa alla totalità del cadavere sociale ricomposto. Ciascuno è per se stesso e per gli altri, in virtù del suo stato di FAUTE BLANCHE, un rischio, un hostis potenziale. Questa situazione schizoide spiega il rinnovamento imperiale della delazione, della sorveglianza reciproca, dell’intra- e inter-sbirraggio. Non solo i cittadini dell’Impero denunciano tutto ciò che sembra loro “anormale” con una tale frenesia che la polizia non arriva più a seguirli, ma denunciano persino se stessi per farla finita con la FAUTE BLANCHE, in modo che, abbattendosi su di loro il giudizio, la loro situazione indecisa, il loro dubbio quanto alla loro appartenenza al tessuto biopolitico siano risolti. È attraverso questo meccanismo di terrore generale che vengono respinti da tutti gli ambienti, messi in quarantena, isolati spontaneamente tutti i dividui a rischio, tutti quelli che, essendo suscettibili di un intervento imperiale, potrebbero trascinare nella loro caduta, per effetto di capillarità, le maglie adiacenti della rete.

Glossa b: Scrive Jean-Paul Brodeur, professore di criminalogia a Montréal, citato in Guida pratica della polizia, Paris, marzo 2000

“Come definire i poliziotti?

I poliziotti sono venuti fuori dal pubblico e il pubblico fa parte della polizia. Gli agenti di polizia sono quelli che vengono pagati per consacrare tutto il loro tempo a adempiere dei doveri i quali sono ugualmente quelli di tutti i loro concittadini.

Qual è il ruolo prioritario della polizia? Essa ha una missione allargata, centrata sulla risoluzione di problemi (problem solving policing).

Qual è la misura dell’efficacia della polizia? L’assenza di crimine e di disordine.

Di che cosa si occupa specificamente la polizia? Dei problemi e delle preoccupazioni dei cittadini.

Che cosa determina l’efficacia della polizia? La cooperazione del pubblico.

Che cos’è la professionalità della polizia? Una capacità di rimanere in contatto con la popolazione per anticiparne i problemi.

Come la polizia considera le persecuzioni giudiziarie? Come un mezzo tra i tanti.”

62. La sovranità imperiale consiste nel fatto che nessun punto dello spazio, del tempo, né alcun elemento del tessuto biopolitico è al riparo dal suo intervento. La messa in memoria del mondo, la reperibilità generalizzata, il fatto che i mezzi di produzione tendono a divenire inseparabilmente dei mezzi di controllo, il sussunzione dell’edificio giuridico in semplice arsenale della norma: tutto ciò tende a fare di ognuno un sospetto.

Glossa: un telefono portatile diventa uno spione, un mezzo di pagamento un estratto delle vostre abitudini alimentari, i vostri genitori si trasformano in informatori, una fattura di telefono diventa lo schedario delle vostre amicizie: tutta la sovrapproduzione di informazione inutile di cui siete oggetto si rivela cruciale per il semplice fatto di essere in ogni istante utilizzabile. Che essa sia anche disponibile fa pesare su ogni gesto una minaccia sufficiente. E l’incolto in cui l’Impero lascia la loro mobilitazione misura esattamente il sentimento che lo abita della sua propria sicurezza, quanto poco, per il momento, esso si senta in pericolo.

63. L’impero non è affatto pensato, né forse è pensabile, in seno alla tradizione occidentale, ossia nei limiti della metafisica della soggettività. Tutt’al più in esso si è potuto pensare il superamento dello Stato moderno sul suo stesso terreno. Ciò ha prodotto gli irrespirabili progetti dello Stato universale, le speculazioni sul diritto cosmopolita che verrà finalmente a instaurare la pace perpetua, o ancora la ridicola speranza in uno Stato democratico mondiale, che è la prospettiva ultima del negrismo.

Glossa a: coloro che non riescono a concepire il mondo altrimenti che in base alle categorie concesse dallo Stato liberale hanno l’aria di confondere l’Impero con questo o quell’organismo sovranazionale (FMI, Banca Mondiale, OMC oppure ONU, più raramente NATO e Commissione Europea). Di controvertice in controvertice, li si vede sempre più compresi dal dubbio, i nostri “antimondializzazione”: e se all’interno di questi edifici pomposi, dietro queste facciate orgogliose non ci fosse nulla? In fondo essi intuiscono che queste grandi conchiglie mondiali sono vuote, ed è per questo che le assediano. I muri di questi palazzi sono fatti solo di buone intenzioni; furono edificati di volta in volta in reazione a qualche crisi mondiale; e da allora lasciati là, disabitati, inutili per qualsiasi fine. Per esempio per servire da trappole alle greggi del negrismo.

Glossa b: non è semplice capire dove voglia arrivare qualcuno che, al termine di una vita di palinodie, afferma in un articolo intitolato L’“Impero”, stadio supremo dell’imperialismo che “nell’attuale fase imperiale non c’è più imperialismo”, e decreta la morte della dialettica per concludere che bisogna “teorizzare e agire ad un tempo dentro e contro l’Impero”; qualcuno che si mette ora nella posizione masochista di esigere dalle istituzioni che esse si autodissolvano, ora in quella di supplicare che esistano. Perciò non bisogna partire dai suoi scritti, ma dalla sua azione storica. Anche per comprendere un libro come Impero, questa sorta di pappone teorico che opera nel pensiero la stessa riconciliazione finale di tutte le incompatibilità che l’Impero sogna di realizzare nei fatti, è più istruttivo osservare le pratiche che ad esso si richiamano. Nel discorso dei burocrati spettacolari delle Tute bianche, il termine “popolo di Seattle” si è sostituito da qualche tempo a quello di “moltitudine”. “Il popolo, ricorda Hobbes, è un certo corpo e una certa persona, alla quale si può attribuire una sola volontà e un’azione propria: ma non si può dire nulla di simile della moltitudine. È il popolo che regna in qualsivoglia tipo di Stato: infatti, nelle stesse monarchie, è il popolo che comanda e che vuole mediante la volontà di un solo uomo. I privati e i soggetti sono ciò che fa la moltitudine. Parallelamente nello Stato popolare e in quello aristocratico gli abitanti in folla sono la moltitudine e la corte o il consiglio sono il popolo.” Tutta la prospettiva negrista si limita dunque a ciò: forzare l’Impero, mediante la messa in scena dell’emergenza di una sedicente “società civile mondiale”, a darsi le forme dello Stato universale. Provenendo da gente che ha sempre aspirato a posizioni istituzionali, e che quindi ha sempre dato mostra di credere alla finzione dello Stato moderno, questa strategia aberrante diventa limpida; e le contro-evidenze di Impero acquisiscono esse stesse un significato storico. Quando Negri afferma che è la moltitudine ad aver generato l’Impero, che “la sovranità ha assunto una nuova forma, composta di una serie di organismi nazionali e sovranazionali uniti da una logica unica di governo”, che “l’Impero è il soggetto politico che regola effettivamente gli scambi mondiali, il potere sovrano che governa il mondo” o ancora che “questo ordine si esprime sotto una forma giuridica”, non sta parlando del mondo che lo circonda, ma delle ambizioni che lo animano. I negristi vogliono che l’Impero si dia delle forme giuridiche, vogliono avere di fronte a sé una sovranità personale, un soggetto istituzionale con il quale contrattare o di cui potrebbero impadronirsi. La “società civile mondiale” a cui si richiamano tradisce il loro desiderio di Stato mondiale. Certo, essi avanzano qualche prova (o quel che credono essere tale) dell’esistenza di un ordine universale in formazione: si tratti degli interventi imperiali in Kosovo, in Somalia o nel Golfo e della loro legittimazione spettacolare attraverso dei “valori universali”. Ma anche se l’Impero si dotasse di una facciata istituzionale posticcia, la sua realtà effettiva rimarrebbe nondimeno concentrata in una polizia e in una pubblicità mondali, rispettivamente il Biopotere e lo Spettacolo. Che le guerre imperiali si presentino come “operazioni di polizia internazionale” messe in opera da delle “forze di interposizione”, che la guerra in se stessa sia messa fuori legge da una forma di dominio che vorrebbe far passare le sue offensive per dei meri affari di gestione interna, per una questione poliziesca e non politica – assicurare “la tranquillità, la sicurezza e l’ordine”-, Schmitt l’aveva già intravisto sessant’anni fa e non contribuisce all’elaborazione progressiva di un “diritto di polizia” come vuole credere Negri. Il consenso spettacolare momentaneo contro questo o quello “Stato canaglia”, questo o quel “dittatore” o “terrorista” non fa che fondare la legittimità temporanea e reversibile dell’intervento imperiale che a ciò si richiama. La riedizione dei tribunali di Norimberga degenerati per tutto e qualsiasi cosa, la decisione unilaterale da parte di istanze giuridiche nazionali di giudicare crimini che hanno avuto luogo in paesi dove non sono nemmeno riconosciute come tali, non sanziona l’avanzata di un diritto mondiale nascente, ma la subordinazione compiuta dell’ordine giuridico allo stato di urgenza poliziesco. In queste condizioni non si tratta di militare in favore di uno Stato universale salvatore, ma di distruggere lo Spettacolo e il Biopotere.

64. Il dominio imperiale, come noi cominciamo a conoscerlo, può essere qualificato come neo-taoista, giacché solo in questa tradizione lo troviamo pensato a fondo. Ventitré secoli fa un teorico taoista affermava: “Esistono tre mezzi per assicurare l’ordine. Il primo si chiama interesse, il secondo si chiama paura, il terzo denominazioni. L’interesse lega il popolo al sovrano; la paura assicura il rispetto degli ordini; le denominazioni incitano gli inferiori a seguire la stessa via dei padroni. […] Questo è ciò che chiamo abolire il governo mediante il governo stesso, i discorsi mediante il discorso stesso”. Ne concluse senza cineserie: “Nel governo perfetto gli inferiori sono senza virtù” (Han-Fei-tse, Il Tao del Principe). Molto probabilmente il governo si perfeziona.

Glossa: alcuni hanno voluto caratterizzare l’epoca imperiale come quella degli schiavi senza padroni, ma sarebbe descritta meglio come quella del Controllo senza padroni, del sovrano inesistente, come il cavaliere di Calvino, la cui armatura è vuota. Il posto del Principe rimane, occupato invisibilmente dal Principio. Troviamo qui ad un tempo una rottura assoluta con la vecchia sovranità personale e un compimento di questa: il grande sconforto del Padrone è sempre stato di non avere che schiavi come sudditi. Il Principio regnante realizza il paradosso di fronte al quale dovette piegarsi la sovranità sostanziale: avere per schiavi degli uomini liberi. Questa sovranità vuota non è invero una novità storica, benché essa lo sia per l’Occidente. Il punto qui è disfarsi della metafisica della soggettività. I Cinesi, che si sono insediati fuori della metafisica della soggettività tra il sesto e il terzo secolo prima della nostra era, forgiarono allora una teoria della sovranità impersonale che non è senza utilità per comprendere le risorse attuali del dominio imperiale. All’elaborazione di questa teoria rimane legato il nome di Han-Feitse, principale figura della scuola qualificata a torto come “legista”, che sviluppò un pensiero della norma più che della Legge. Fu la sua dottrina, compilata oggi sotto il titolo Il Tao del Principe, che dettò la fondazione del primo Impero cinese veramente unificato, con cui si chiuse il periodo detto dei “regni combattenti”. Una volta stabilito l’Impero, l’Imperatore, il sovrano di Ts’in, fece bruciare l’opera di Han Fei, nel 213 a.C. Solo nel XX secolo fu riesumato il testo che aveva retto l’intera pratica dell’Impero cinese, cioè proprio quando questo stava crollando. Il Principe di Han Fei, colui che occupa la Posizione, è Principe in forza della sua impersonalità, della sua assenza di qualità, della sua invisibilità, della sua inattività; è Principe nella misura del suo riassorbimento nel Tao, nella Via, nel corso delle cose. Non è un Principe in senso personale, è un Principio, un puro vuoto, che occupa la Posizione e rimane nel non-agire. La prospettiva dell’Impero legista è quella di uno Stato che sarebbe perfettamente immanente alla società civile: “La legge di uno Stato in cui regna l’ordine perfetto viene obbedita con la stessa naturalezza con cui si mangia quando si ha fame e ci si copre quando si ha freddo: non c’è bisogno di dare ordini”, spiega Han Fei. La funzione del sovrano è qui di articolare i dispositivi che lo renderanno superfluo, che permetteranno l’autoregolazione cibernetica. Se per certi aspetti la dottrina di Han Fei fa pensare a certe costruzioni del pensiero liberale, essa non ne ha mai l’ingenuità: essa si sa come teoria del dominio assoluto. Han Fei ingiunge al Principe di attenersi alla Via di Lao Tse: “Il Cielo è inumano: esso tratta gli uomini come cani di paglia; il Santo è inumano, esso tratta gli uomini come cani di paglia.” Anche i suoi ministri più fedeli devono sapere che sono poca cosa rispetto alla Macchina Imperiale; quelli che fino a ieri credevano di esserne i padroni devono temere che si abbatta su di loro qualche operazione di “moralizzazione della vita pubblica”, qualche smania di trasparenza. L’arte del dominio imperiale è di lasciarsi assorbire dal Principio, di dissiparsi nel niente, di diventare invisibili e quindi vedere tutto, di divenire inafferrabili e quindi di tenere tutto. Il ritrarsi del Principe non è che il ritrarsi del Principio: fissare le norme in base alle quali gli esseri saranno giudicati e valutati, fare attenzione a che le cose siano nominate nel modo “che conviene”, regolare le misura di gratificazioni e punizioni, guidare le identità e attaccare gli uomini ad esse. Attenersi a ciò e rimanere opachi: questa è l’arte del dominio vuoto e smaterializzato, del dominio imperiale del ritrarsi.

“Il Principio è nell’invisibile,                                                                 L’Uso nell’imprevedibile.                                                                      Vuoto e calmo, è inoperoso.                                                              Nascosto, nasconde le tare.                                                                Vede senza essere visto,                                                                     Sente senza essere sentito,                                                              conosce senza essere presentito.                                                 Comprende dove i discorsi lo vogliono condurre;                                   Non muove né è mosso,                                                                Esamina e confronta;                                                                     Ciascuno è al suo posto.                                                                       Non comunicano;                                                                                 Tutto è in ordine.                                                                              Maschera le sue tracce,                                                                                  Confonde le sue piste;                                                                      Nulla risale fino a lui.                                                                        Bandisce l’intelligenza;                                                                     Abbandona ogni talento;                                                                          È fuori dalla portata dei suoi soggetti.                                                       Io nascondo le mie intenzioni,                                                        Esamino e confronto.                                                                              Li tengo per i pugni;                                                                                  Li stringo solidamente.                                                                       Impedisco loro di sperare;                                                                Abolisco persino il pensiero;                                                        Sopprimo anche il desiderio.                                                                 […]                                                                                                           La Via del Maestro: fare un gioiello del ritiro,                                    riconoscere gli uomini capaci senza occuparsi di affari;                        fare le scelte buone senza elaborare piani.                                             È così che gli si risponde senza che domandi,                                     che si abbatte l’opera senza che lo esiga.                                               ”La Via del Maestro“                                                                         Nessuno svela le sue risorse.                                                     Incessantemente inattivo.                                                                    Cose accadono ai quattro angoli del mondo.                                          L’importante: tenere il centro.                                                                    Il saggio coglie l’importante.                                                                       I quattro orienti rispondono.                                                              Calmo, inattivo, attende che si venga a servirlo.                                 Tutti gli esseri che l’universo cela in sé per la loro chiarezza                                                                si rivelano alla sua oscurità.                                                             […]                                                                                                 Non cambia né si muta,                                                     Muovendosi con i Due                                                                           Senza mai una pausa.                                                                      Seguire la ragione delle cose:                                                              Ogni essere ha un posto,                                                                      Ogni oggetto un uso.                                                                             Tutto è là dove deve stare.                                                                 Dall’alto al basso, il non-agire.                                                              Che il gallo vegli sulla notte,                                                                Che il gatto agguanti i topi,                                                                         Ognuno ha il suo impiego;                                                                         E il Padrone è senza emozione.                                                                Il Metodo per tenere l’Uno:                                                                Partire dai Nomi.                                                                                         A nomi corretti, cose assicurate.                                                                   […]                                                                                                           Il Padrone intraprende con il Nome.                                                          […]                                                                                                          Senza agire governa.                                                                                […]                                                                                                            Il padrone dei suoi soggetti                                                                     Taglia l’albero costantemente                                                              Perché non proliferi.”                                                                                     Manifesto dottrinale

65. Tutte le strategie imperiali, quindi tanto la polarizzazione spettacolare dei corpi su delle assenze adeguate quanto il terrore costante che ci si sforza di mantenere, mirano a far sì che l’Impero non appaia mai come tale, come partito. Questo tipo di pace molto speciale, la pace armata che caratterizza l’ordine imperiale, risulta tanto più soffocante in quanto è essa stessa il risultato di una guerra totale, muta e continua. La posta in gioco dell’offensiva, qui, non è di ottenere qualche scontro, ma al contrario far sì che lo scontro non abbia luogo, di scongiurare l’evento alla radice, di prevenire ogni salto di intensità nel gioco delle forme-di-vita, attraverso il quale accadrebbe qualcosa di politico. Il fatto che nulla accada è già per l’Impero una vittoria massiva. Infatti di fronte al “nemico qualunque”, di fronte al Partito Immaginario, la sua strategia è di “sostituire all’evento che si vorrebbe decisivo, ma che resta aleatorio (la battaglia), una serie di azioni minori ma statisticamente efficaci, che chiameremo, per opposizione, la non-battaglia”. Guy Brossollet, Essai sur la non-bataille, 1975.

Un’etica della guerra civile

Nuova forma di comunità: affermarsi in maniera guerriera. Altrimenti lo spirito s’indebolisce. Nessun “giardino”, “schivare le masse” non basta. La guerra (ma senza polvere da sparo!) fra i differenti pensieri! E le loro armate!

Nietzsche, Frammenti postumi

67. Tutti i corpi che non possono o non vogliono attenuare le loro forma-di-vita devono arrendersi a questa evidenza: essi sono, noi siamo i paria dell’Impero. C’è, ancorato da qualche parte dentro di noi, questo punto di opacità senza ritorno, che è come il segno di Caino, e che riempie i cittadini di terrore, se non di odio. Manicheismo dell’Impero: da un lato, la nuova umanità radiosa, accuratamente riformattata, trasparente a tutti i raggi dell’Impero, idealmente spogliata dell’esperienza, assente a sé fino al cancro. Sono, questi, i cittadini: i cittadini dell’impero. E poi ci siamo noi. Noi non siamo né un soggetto, né un’entità formata, e nemmeno una moltitudine. Noi siamo una massa di mondi, di mondi infra-spettacolari, interstiziali, una massa inconfessabile all’esistenza, intessuti di solidarietà e di dissensi impenetrabili al potere; e poi ci sono anche i dispersi, i poveri, i prigionieri, i ladri, i criminali, i matti, i perversi, i corrotti, gli esaltati, i debordanti, le corporeità ribelli. In breve: tutti coloro che, seguendo la loro linea di fuga, non possono ritrovarsi nel tepore climatizzato del paradiso imperiale. Noi, ossia tutto il piano di consistenza frammentata del Partito Immaginario.

68. Per quanto ci teniamo in contatto con la nostra propria potenza, non foss’altro che a forza di pensare la nostra esperienza, noi rappresentiamo, in seno alle metropoli dell’Impero, un pericolo. Noi siamo il nemico qualunque. Quello contro il quale sono concatenati tutte le norme e tutti i dispositivi del potere. Inversamente, l’uomo di risentimento, l’intellettuale, l’immunodeficiente, l’umanista, il griffato, il nevrotico, offrono il modello di cittadino dell’Impero. Da loro, si è sicuri che non c’è nulla da temere. Dato il loro stato, essi sono sistemati in condizioni di esistenza di un’artificialità tale che solo l’Impero può assicurarla loro; ogni modificazione brutale di questa significherebbe la loro morte. Proprio costoro sono i collaboratori-nati. Non è soltanto il potere, è la polizia che passa attraverso i loro corpi. La vita mutilata non appare soltanto come una conseguenza dell’avanzata dell’Impero, essa ne è innanzitutto una condizione. L’equazione cittadino = sbirro si prolunga nella più profonda incrinatura dei corpi.

69. Tutto ciò che l’Impero tollera è per noi ugualmente angusto: gli spazi, le parole, gli amori, le teste e i cuori: altrettante briglie. Ovunque andiamo, si formano pressoché spontaneamente, attorno a noi, questi cordoni sanitari da tetano, così riconoscibili negli sguardi e nei gesti. Basta così poco per essere identificati dai cittadini anemizzati dell’Impero come un sospetto, come un dividuo a rischio. Un mercanteggio permanente si gioca per farci rinunciare a questa intimità con noi stessi che ci viene tanto rimproverata. In effetti noi non rimarremo sempre così, in questa posizione straziante di disertore interno, di straniero apolide, di hostis troppo accuratamente mascherato.

70. Noi non abbiamo niente da dire ai cittadini dell’Impero: perché ciò fosse possibile, bisognerebbe che noi avessimo qualcosa in comune. Per loro la regola è semplice: o disertano, si gettano nel divenire e si congiungono a noi, oppure restano là dove sono, e saranno allora trattati secondo il ben noto principio dell’ostilità: riduzione e appiattimento.

71. L’ostilità che nell’Impero regge tanto i non-rapporti a sé quanto i non-rapporti globali dei corpi fra di loro, è per noi l’hostis. Tutto ciò che ce lo vuole estorcere deve essere annientato. Voglio dire che è la sfera stessa dell’ostilità che noi dobbiamo ridurre.

72. La sfera dell’ostilità non può essere ridotta se non estendendo il dominio etico-politico dell’amicizia e dell’inimicizia; questa la ragione per cui l’Impero non vi riesce, malgrado tutte le sue proteste in favore della pace. Il divenir-reale del Partito Immaginario non è che la formazione per contagio del piano di consistenza in cui amicizie e inimicizie si dispiegano liberamente e si rendono leggibili a loro stesse

73. L’agente del Partito Immaginario è colui che, partendo da là dove si trova, dalla sua posizione, mette in moto o persegue il processo di polarizzazione etica, di assunzione differenziale delle forme-di-vita. Questo processo non è altro che il Tiqqun.

74. Il Tiqqun è il divenir-reale, il divenir-pratico del mondo; il processo di rivelazione di ogni cosa come pratica, ossia come prendente dimora nei suoi limiti, nella sua significazione immanente. Il Tiqqun è che ogni atto, ogni condotta, ogni enunciato dotato di senso, ossia in quanto evento, si iscrive da se stesso nella sua metafisica propria, nella sua comunità, nel suo partito. La guerra civile vuol dire soltanto: il mondo è pratico, la vita è eroica in tutti i suoi dettagli.

75. Il movimento rivoluzionario non è stato sconfitto, come rimpiangono gli stalinisti di ogni tempo, a causa della sua insufficiente unità, ma a causa del troppo debole livello di elaborazione della guerra civile nel suo seno. A questo titolo la confusione sistematica fra hostis e nemico ha avuto l’effetto debilitante che sappiamo, dal tragico sovietico al comico gruppuscolare. Intendiamoci: non è l’Impero ad essere il nemico con il quale dovremmo misurarci, e non sono le altre tendenze del Partito Immaginario ad essere l’hostis da liquidare, bensì il contrario.

76. Ogni forma-di-vita tende a costituirsi in comunità, e da comunità in mondo. Ogni mondo, quando si pensa, ossia quando si afferra strategicamente nel suo gioco con gli altri mondi, si scopre configurato da una metafisica particolare, che è, più che un sistema, una lingua, la sua lingua. Ed è allora, quando si è pensato, che questo mondo diviene contaminante: poiché sa di quale ethos è portatore, è diventato maestro in un certo settore dell’arte delle distanze.

77. Il principio della più intensa serenità è, per ciascun corpo, di andare al culmine della sua forma-di-vita presente, fino al punto in cui la linea di accrescimento di potenza si dilegua. Ogni corpo vuole esaurire la sua forma-di-vita, lasciarla morta dietro a sé. Dopodiché passa a un’altra. Ha guadagnato in spessore: la sua esperienza l’ha nutrito. E ha guadagnato in agilità: ha saputo congedarsi da una figura di sé.

78. Là dove era la nuda vita deve avvenire la forma-di-vita. La malattia, la debolezza non sono affezioni della nuda vita, generica, senza essere in primo luogo delle affezioni della nostra forma-di-vita singolare, orchestrate dagli imperativi contraddittori della pacificazione imperiale. Rimpatriando così sul terreno delle forme-di-vita tutto ciò che lì si esilia nel linguaggio pieno di imbarazzi della nuda vita, noi convertiamo la biopolitica in politica della singolarità radicale. Una medicina è da reinventare. Una medicina politica, che partirà dalle forme-di-vita.

79. Nelle condizioni presenti, sotto l’impero, ogni aggregazione etica non può che costituirsi in macchina da guerra. Una macchina da guerra non ha la guerra per oggetto; al contrario: essa non può “fare la guerra che a condizione di creare altro nello stesso tempo, non foss’altro che dei nuovi rapporti sociali non-organici” (Deleuze-Guattari, Mille plateux).  A differenza di un’armata, come di ogni organizzazione rivoluzionaria, la macchina da guerra ha, con la guerra, solo un rapporto di supplemento. Essa è capace di manovre offensive, essa è in grado di dar battaglie, di fare un ricorso disinvolto alla violenza, ma essa non ne ha bisogno per condurre un’esistenza intera.

80. Qui si pone la questione della riappropriazione della violenza, di cui le democrazie biopolitiche moderne ci hanno, insieme con tutte le espressioni intense della vita, così perfettamente spossessati. Cominciamo col finirla con la vecchia concezione di una morte che sopraggiungerebbe al termine, come punto finale della vita. La morte è quotidiana, è questo assottigliamento continuo della nostra presenza sotto l’effetto dell’impossibilità di abbandonarsi alle nostre inclinazioni. Ciascuna delle nostre rughe, ciascuna delle nostre malattie è un gusto al quale non siamo stati fedeli, il prodotto di un tradimento della nostra forma-di-vita. Tale è la morte reale alla quale noi siamo sottomessi, e la di cui causa principale è la nostra mancanza di forza, l’isolamento che ci impedisce di rispondere colpo su colpo al potere, di abbandonarci senza l’assicurazione di doverla poi pagare. Ecco perché i nostri corpi provano il bisogno di aggregarsi in macchine da guerra, poiché solo questo ci rende capaci tanto di vivere che di lottare.

81. Da ciò che precede si dedurrà senza fatica questa evidenza biopolitica: non c’è morte “naturale” alcuna, tutte le morti sono morti violente. Ciò vale esistenzialmente e storicamente. Sotto le democrazie biopolitiche dell’Impero, tutto è stato socializzato; ogni morte rientra in una rete complessa di causalità che fanno di essa una morte sociale, un omicidio; esiste solo l’omicidio, che è ora condannato, ora amnistiato, quasi sempre misconosciuto. A questo punto la questione che si pone non è più quella del fatto dell’omicidio, ma quella del suo come.

82. Il fatto è nulla, il come è tutto. Che non vi siano fatti se non innanzitutto qualificati, lo prova sufficientemente. Il colpo da maestro dello Spettacolo è di essersi acquisito il monopolio della qualificazione, della denominazione; e, a partire da questa posizione, di sostenere la sua metafisica in contrabbando, spacciando come fatti i prodotti delle sue interpretazioni fraudolente. Un’azione di guerra sociale è un “atto di terrorismo”, laddove un pesante intervento della NATO, deciso nel modo più arbitrario, è una “operazione di pacificazione”; un avvelenamento di massa è un’epidemia, e si chiama “Quartiere di Alta Sicurezza” la pratica legale della tortura nelle prigioni democratiche. Di fronte a ciò il Tiqqun è al contrario l’azione di rendere ad ogni fatto il suo proprio come, e di tenerlo, esso stesso, come il solo reale. La morte in duello, un bell’assassinio, un’ultima frase di genio pronunciata con pathos, bastano a cancellare il sangue, a umanizzare ciò che si crede la cosa più inumana: l’omicidio. Perché dentro la morte più che altrove il come riassorbe il fatto. Fra nemici, per esempio, le armi da fuoco saranno escluse.

83. Questo mondo è preso fra due tendenze, l’una alla sua libanizzazione, l’altra alla sua elvetizzazione: tendenze che possono, zona per zona, coabitare. E in effetti questi sono due modi singolarmente reversibili, benché apparentemente divergenti, di scongiurare la guerra civile. Il Libano, prima del 1974, non era stato definito “la Svizzera del Medio Oriente”?

84. Nel corso del divenir-reale del Partito Immaginario, rincontreremo senza dubbio di queste livide sanguisughe: i rivoluzionari di professione. Contro l’evidenza che i soli bei momenti del secolo furono spregiativamente chiamati “guerre civili”, essi finiranno senz’altro col denunciare in noi “la cospirazione della classe dominante per abbattere la rivoluzione con una guerra civile” (Marx, La guerra civile in Francia). Noi non crediamo alla rivoluzione, già di più a delle “rivoluzioni molecolari”, e spudoratamente a delle assunzioni differenziate della guerra civile. In un primo tempo, i rivoluzionari di professione, appena appena raffreddati dai loro ripetuti disastri, ci diffameranno come dilettanti, come traditori della Causa. Vorranno farci credere che l’Impero è il nemico. Obietteremo a Sua Stupidità che l’Impero non è il nemico, ma l’hostis. Che non si tratta di vincerlo, ma di annientarlo. E che, al limite, noi non passeremo al loro Partito, seguendo in ciò i consigli di Clausewitz intorno alla guerra popolare: “La guerra popolare, come qualcosa di vaporoso e di fluido, non deve condensarsi in alcuna sua parte in un corpo solido; altrimenti il nemico invia una forza adeguata contro questo nucleo, lo rompe e fa numerosi prigionieri; il coraggio allora si indebolisce, ciascuno pensa che la questione principale sia stata troncata, che ogni sforzo ulteriore sia vano e che le armi siano cadute in mano della nazione. Ma, d’altra parte, bisogna sì che questa nebbia si condensi in certi punti, formi delle masse compatte, delle nubi minacciose da cui può alla fine sorgere un terribile fulmine. Questi punti si situeranno soprattutto alle ali del teatro di guerra nemico. Non si tratta di rompere il nucleo, ma solamente di rodere la superficie e gli angoli” (De la guerre).

85. Gli enunciati che precedono vogliono introdurre a un’epoca sempre più concretamente minacciata dall’irruzione in blocco della realtà. L’etica della guerra civile che ha trovato in essi espressione, ricevette un giorno il nome di “Comitato Invisibile”. Essa designa una determinata frazione del Partito Immaginario: il suo polo rivoluzionario. Attraverso queste righe speriamo di mettere fuori gioco le più volgari sciocchezze che potranno essere profferite sulle nostre attività, come pure sul periodo che si apre. Tutto questo prevedibile chiacchiericcio, come potremmo non vederlo già anticipato nella reputazione che si fece lo shogunat Tokugawa alla fine dell’era Muromachi, e a proposito del quale uno dei nostri nemici osservava giustamente: “Per la sua stessa agitazione, nell’inflazione delle pretese illegittime, quest’epoca di guerra civile si rivelerà come la più libera che il Giappone abbia conosciuto. Una congerie di genti di ogni sorta se ne lasciarono affascinare. Perciò si insisterà molto sul fatto che tale epoca sarebbe stata solo la più violenta”?

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