Storie salernitane. Marini il poeta dei folli e giusti

di Rosario Brancaccio Immanent

Non cercate di prendere i poeti perché vi scapperanno tra le dita.
Alda Merini
E tuttavia quello che resta, sono i poeti che lo creano.
Friedrich Holderlig

Giovanni Marini nasce a Sacco, piccolo comune del Cilento in provincia di Salerno, il primo febbraio del 1942, muore per infarto a Salerno il 23 dicembre del 2001. Anarchico, scrittore e poeta. Ha pubblicato vari libri di poesia e prosa, conquistando la fama di poeta dei folli e giusti, dalla densità di un suo libro di poesie, E noi folli e giusti, che vinse anche il premio Viareggio.

A dieci anni si trasferisce con la famiglia a Salerno. La situazione economica familiare non è particolarmente agiata. Nei primi anni cinquanta il boom economico non è ancora esploso e i danni della guerra si fanno ancora sentire, forse allora una vita proletaria era, se possibile, più dura di oggi.

Si diploma in ragioneria. Milita nel PCI, il Partito Comunista Italiano. Non riesce a trovare un lavoro a Salerno, anche per motivi politici, come racconta lui stesso, più volte. La pratica della poesia lo portarono a mature e affinare il suo spirito libertario e rivoluzionario e lascia il Pci. A ventisei anni è costretto ad emigrare a Monza, dove fa l’operaio. Ma… ve lo immaginate un ribelle come Giovanni negli anni dell’autunno caldo, al nord, in una fabbrica… e così pochi mesi dopo Giovanni è o si fa licenziare.

Ritorna a Salerno nel 1970, dove ricomincia a scrivere e a continuare la sua militanza anarchica. In particolare si impegna in una controinchiesta su delle ‘morti accidentali di anarchici’, come quella di Pinelli, di cui Dario Fo onorò la memoria, con la sua nota commedia.

La controinchiesta riguardava un oscuro incidente stradale avvenuto il 27 settembre 1970, dove trovarono la morte quattro compagni ed una compagna anarchici, a bordo della loro Mini Morris gialla. I compagni erano diretti a Roma, dopo aver studiato e partecipato alla rivolta di Reggio Emilia, con una nutrita documentazione su di essa e sul deragliamento del Treno del Sole che volevano consegnare alla FAI, Federazione Anarchica Italiana.

I compagni erano Gianni Aricò, la ‘sua’ compagna Annalise Borth detta Muki la rossa, Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso.  Annalise, che era incinta, morì in ospedale 21 giorni dopo senza riprendere conoscenza. I cinque venivano chiamati gli “anarchici della Baracca” perchè vivevano in comune in un edificio che avevano occupato a Reggio Calabria.

La documentazione era composta da foto, note, documenti, nomi, fatti, tracce di movimentazione di denari ed esplosivi, appunti su luoghi e date di incontri politici e affaristici fra ceto politico e la borghesia calabrese, la  ‘ndrangheta, i fascisti del Boia chi molla e di alcuni rappresentanti del regime greco dei colonnelli.

Centrale nella ricerca era l’indagine sul deragliamento del Treno del Sole che nella cronaca diventò la strage di Gioia Tauro, come è ricordata ed è passata alla storia. Il Treno del Sole era la denominazione popolare del direttissimo Palermo-Torino, deragliato il 22 luglio del 1970, a pochi metri dalla stazione di Gioia Tauro. La strage causò 5 morti e più di settanta feriti.

I compagni avevano le prove di un’altra strage fascista coperta e avvallata da strutture occulte come le tante che insanguinarono l’Italia dell’epoca?

Certo è che i documenti servivano per sviluppare un libro e/o una campagna di controinformazione nello stile di La strage di Stato. Certo è che il giorno prima di prima di morire Gianni Aricò disse a Tonino Perna, docente di sociologia alla università di Messina, che la cosa “Avrebbe fatto tremare l’Italia”. Certo è che quando il sostituto procuratore di Frosinone arrivò sul posto per le indagini la scena del delitto era stata ripulita: non vi era più traccia del materiale dei compagni, che non fu mai più ritrovato, mentre diari, bloc notes e documenti personali furono sequestrati e mai più restituiti.

Giuridicamente, come al solito, le cause del deragliamento non furono mai accertate. Anche se il giudice istruttore deve concludere che l’attentato dinamitardo sia l’ipotesi più attendibile.

Ma se giudiziariamente la strage di Gioia Tauro è rimasta un altro mistero nella lunga sequela di misteri che si sono sedimentati intorno alle stragi del periodo, politicamente essa si inserisce in una serie di attentati simili come la distruzione della logistica della stazione di Reggio Calabria Lido che, tra l’altro, furono accertati anche giuridicamente come tali. Infatti il deragliamento avvenne una settimana dopo la rivolta di Reggio Calabria in sequela con gli altri attentati

Giovanni si dedica a questo lavoro di controinformazione con passione e determinazione. Risultò subito che l’autotreno, su cui si schiantò la Mini Morris, procedeva con i fari posteriori spenti, che era stato immatricolato su Salerno – portava la targa SA 135371-  ed era guidato da un salernitano, che oltre che essere alle dipendenze di un un noto neofascista sempre di Salerno, fosse, pare, anche lui un simpatizzante di estrema destra. E, un’altra stranezza, il detto procuratore constatò che il camion in questione era nella sua normale corsia di marcia, con le luci posteriori funzionanti e senza evidenti danni.

Ma i misteri intorno alla ‘accidentale morte dei cinque anarchici’ non finiscono qui. Lo strano incidente avvenne sull’autostrada nei pressi di Ferentino, a pochi chilometri da Roma, all’altezza di una villa del  ‘principe nero’ Junio Valerio Borghese, quello del tentato colpo di Stato del 7 dicembre del 1970, già comandante della Decima MAS,  La villa era sua o di qualche prestanome dei suoi camerati-complici-servi-collaboratori-consulenti.

Un’altra coincidenza?

Giovanni doveva capire e accertare se si fosse trattato di un incidente causale oppure di un incidente causato. Ma le circostanze a venire in cui fu coinvolto Marini non gli permisero di rivelare, almeno pubblicamente, a cosa avesse portato e a quale punto fosse la sua controinchiesta.

Il fatto che la proprietà dell’autocarro come pure l’autista fossero salernitani davano a Marini, un ruolo non secondario, forse addirittura basilare, nella controinchiesta.

Per questo impegno Giovanni fu minacciato in vari modi e molte volte, anche telefonicamente. Queste minacce ci dicono che in qualche modo era sotto sorveglianza, spiato. La delicatezza della controinchiesta non prevedeva, in corso di indagini, comizi sulla cosa, che invece richiedeva riservatezza, se non segretezza.

Occorre anche ricordare che Salerno in quegli anni fu bersaglio di una nutrita serie di scorribande fasciste, con incendi, devastazioni di sedi e aggressioni a militanti della sinistra, fino ad un assalto alla redazione del quotidiano “Il Mattino”. La città era conosciuta come la più fascista d’Italia all’epoca.

In questo ambito e in questo clima si svolse la tragedia della morte di Carlo Falvella, il 7 luglio del 1972.

Quel giorno Marini ed il suo compagno Giovanni Scariati ebbero un diverbio animatissimo con Carlo Falvella ed il suo camerata Giovanni Alfinito sul lungomare del centro di Salerno. Solo perchè Marini e Scariati si allontanarono – il lungomare era, in quel momento, infestato da numerosi neofascisti, probabilmente pronti ad intervenire duramente se la discussione fosse trascesa – la discussione finì. Ma dopo circa due ore gli anarchici ed i fascisti si rincontrarono questa volta in via Velia. Agli anarchici si era aggiunto anche Francesco Mastrogiovanni. Si riaccese il diverbio che trascese fino a divenire una rissa. Apparse una lama in mano fascista che ferì Mastrogiovanni ad una gamba. E con lo stesso coltello strappato ai fascisti che Falvella fu gravemente ferito. Nella rissa rimase ferito anche Giovanni Alfinito.Falvella morì dopo essere stato ricoverato in ospedale.

Nei vari processi che si sono succeduti Giovanni Scariati fu prosciolto in istruttoria, Francesco Mastrogiovanni, scontò un breve periodo di detenzione e fu condannato per rissa e Marini subì una condanna a nove anni di carcere per omicidio preterintenzionale aggravato e concorso in rissa. Ne scontò sette, più un anno di confino e tre in libertà vigilata.

Uscito da galera Giovanni tornando a vivere a Salerno non volle, non potette oppure entrambe le cose contribuirono a renderlo inadattabile ad un presente pacificato dal capitale, dopo la sconfitta e la conseguente diaspora dei rivoluzionari degli anni settanta. Marini trovò un mondo che non avrebbe neanche potuto immaginare durante il suo isolamento coatto in galera, un mondo che non gli apparteneva più.

Fu assunto in una Comunità montana del salernitano, ma resistette poco e fu licenziato per varie intemperanze. Alla fine del 1982, appena finita la libertà vigilata, fu riarrestato per appartenenza alle Brigate Rosse, ma fu subito prosciolto. Subì altri attenzionamenti del genere.

Le persecuzioni poliziesche e giuridiche non smisero mai di affliggere quel corpo, quella mente e quello spirito già duramente provata nel burrascoso periodo di detenzione che però visse con determinazione e coraggio, uscendone rafforzato. Non sappiamo però quali conseguenze ebbe dall’accanimento poliziesco-giuridico in libertà. Meglio sarebbe dire in libertà ‘vigilata’, dato che non fu lasciato mai in pace .

Marini non smise mai di scrivere poesie, pubblicando oltre al già nominato E noi folli e giusti, altre raccolte di poesie come Di sordomuti post, Antonio per inerzia, Il bambino chiamato zio Ciccio ed altri.

Marini visse fino alla morte come le sue poesie. In lui era impossibile una separazione fra poesia e vita. Per lui la scrittura, il componimento, il testo non sono mai stati un esercizio retorico o semplicemente letterario, ne tanto meno un’aspirazione da realizzare, a cui aspirare. La sua poesia celebra la potenza comune della vita di mondi proletari, in conflitto poietico, più che politico, con padroni e padrini, con coercizioni e rappresentanze.

Scrive Ernesto Scelza alla sua morte su Il Mattino del 28 febbraio del 2001 “ … Per alcuni rimaneva quello della tragica aggressione del 1972, per molti un problema, per troppi un ingombro. Giovanni Marini è stato contraddizione lacerante. Sensibilità esasperata, nervi scoperti, tensioni emotive e nevrosi scoperte. Ha vissuto i nostri tempi, come da sempre gli ultimi fra gli uomini sono dannati a vivere i propri… Tenero e spietato, con sé e con tutti. Era semplice fino alla perversione. Era la vita che amava e che sempre ci sfugge…”

Questo perchè Marini è poeta. E come tale incompatibile con un mondo normalizzato e sotto dominio. La vita di Marini è stata il suo verso. E’ stato la sua poesia, folle e giusta.

Una delle poche forme di vita immanenti possibili, senza alienazione e/o estraneazione.

Certamente non è una forma di vita fra le più facili: si tratta di una dimensione e di una pratica per poeti veri. Come Giovanni.

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