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Salerno, 12 marzo 1977. La famosa “banda del provolone” verso Roma insorgente

dott, nessuno

Da Salerno città partirono tre pullman per alimentare la manifestazione di Roma, la mattina del 12 marzo di quel fatidico anno. Oltre a parecchie macchine con equipaggio autorganizzato e dalla mission misteriosa. Gli autobus si riempirono secondo simpatie personali. Oramai i cosiddetti gruppi extraparlamentari non esistevano più. Erano stati sconquassati e sorpassati da una composizione sociale articolata e da un duro scontro che lasciava poco spazio ai distinguo.
Il primo pullman calamitò i compagni con l’età media più alta. Erano i più organizzati e rivoluzionari nel senso classico. Quelli responsabili, i politici. Ed infatti partirono per primi, puntuali. Il secondo assemblò quelli de “il personale è politico”. Composizione ad egemonia femminista ed introspettiva. Questo bus partì in orario, ma con calma. Il terzo, quello che era rimasto, compattò i residui degli ex dei servizi d’ordine dei gruppi, i freak, –  i frikettoni erano ancora – gli indiani metropolitani e gli autonomi/e “storici” salernitani. Con stupore dell’autista, meravigliato dalla fauna umana che prendeva posto sul suo mezzo, partimmo per ultimi, con forte ritardo.

Occorsero parecchi vicissitudini per svegliare chi ancora dormiva. Per alcuni, in quegli anni, alzarsi dal letto prima di mezzogiorno era un’impresa. E considerato che i cellulari, all’epoca, erano i furgoni della polizia e non ancora i telefonini e parecchi di noi non avevano fissa dimora, nel senso che non stavano più con i genitori e non avevano un domicilio fisso dormendo in vari “rifugi”. Da quelli amorosi a quelli musical-cannabisacei a quelli “politici” a quelli esistenzial-intellettual-riflessivi appartati, fuori Salerno. Cosa facilitata dagli affitti che erano più abbordabili di adesso e gli studenti fuorisede che stavano a Salerno – l’università era ancora in pieno centro cittadino – avevano sempre disponibile un posto letto e un surplus di roba da mangiare arrivata dai loro paesi di origine.

L’ultimo ad arrivare fu, mi pare, “Pennanera” o “Kocis”. Che così si giustificò: “E che volete da me. I caramba mi hanno sequestrato la moto, non ho capito perchè. Se non dovevo venire a Roma non gliela lasciavo. Ma so dove la portano, domani me la ripiglio”. Nel parlare si rifugiò nel bus per sfuggire a Claudio che infuriato voleva picchiarlo: “Semp’  figur i merd c’ fai fà cu i compagni i Roma che ci aspettano. Chi t’he vivv !”.

Caricato anche Pennanera o Kocis che fosse si riuscì a partire.

Prima di imboccare l’autostrada, l’autobus si ferma con una brusca frenata, è l’autista che è andato in tilt. Neanche partiti ed il suo prezioso mezzo è pieno di nuvole di fumo con uno strano e denso odore. “E che é. Qui non si fuma. Chi vuol fumare scend..” Le parole si bloccano in gola, gli erano già addosso “Porcodio” e “stalin” – sopranome, quest’ultimo, non dovuto a Stalin il dittatore ma allo “stalin”, la mazza di piccone che reggeva le bandiere nei cortei, con cui il compagno aveva grande familiarità e un frequente e abilissimo uso improprio per un’asta di bandiera. Insieme ai due si era avvicinata anche Grazia, che era veramente una grazia di nome e di fatto. Indossava una minigonna con gli stivali a tacco basso. Aveva un portamento fiero ed una grande autorità. Allontanò Porcodio e stalin e disse ad alta voce di aprire i finestrini accompagnando col braccio l’autista al posto di guida e sedendogli accanto, sul sediolino di emergenza, parlandogli sottovoce. E l’autobus ripartì.

Finalmente il viaggio procede senza intoppi. Anche perchè più della metà dei viaggiatori dormiva a causa della levataccia e un’altra buona parte era impegnata in intimità più o meno di coppia. Ed il resto pensava al corteo.

Ma arriva il tempo della sosta al motel. Momento fatidico. Era tempo della spesa o dell’ esproprio proletario. Un punto d’onore era mostrare e distribuire, al ritorno di ogni viaggio politico, il bottino. Se qualcuno non osservava questa pratica veniva guardato con sospetto.

I barbari si svegliano, gli amanti si sciolgono, il corteo e di là da venire ed il motel, zeppo di merce, era li.

Bisognava abbattere quel simbolo di consumismo, ridicolizzarlo, dimostrare a noi ed al mondo che la merce non è niente rispetto al contropotere proletario. E si entra nel motel come un branco famelico. Gli inservienti e la sicurezza capiscono al volo che bisognava assecondare l’orda. Si comincia dal banco. Caffè, cappuccini, brioches e cornetti senza passare per la cassa. In verità i baristi sembravano più contenti che spaventati.

Nei loro occhi c’era una certa soddisfazione. Forse perchè la classe non è acqua. E fare una abbondante colazione senza pagare era anche un loro desiderio e, poi finalmente, la noiosa routine del lavoro salariato era rotta, almeno finchè quella banda di scalmanati restava li.

Furono anche particolarmente gentili ed efficienti.

Fatta colazione si passa alla merce esposta. Whisky, cognac, birre, spumanti e champagne erano gli obiettivi primari ma anche salumi, formaggi, cioccolata e biscotti non venivano scartati. Mentre gli intellettuali selezionavano i libri. E gli innamorati, con l’amore a Salerno, il regalino romantico. Così un abbondante dieci per cento della merce esposta sparì.

Soddisfatti si torna sull’autobus e quasi tutti lasciano qualcosa sul o vicino al cruscotto dell’autista che era restato nel pullman che, ormai contagiato dai codici dell’autonomia, sorrideva beato e commosso.

Si riparte, si sistema il bottino nel bus e si prende posto allegramente. Roma era vicina.

Il ’77 ha avuto tante facce e quelle ufficiali sono le meno attendibili. Fra queste, quelle costruite a posteriori dal potere sono semplicemente false.

13 marzo 2011. Prima o unica parte. Segue? Foto di Enrico Scuro sulla manifestazione del 12.3.77