Crea sito

Marchionne, gli operai e l’identità del fare

dott. nessuno

“Noi siamo quello che facciamo ripetutamente, perciò l’eccellenza non è un’azione ma un’abitudine”. Aristotele

 

Con la citazione in calce Aristotele ci dice che Marchionne, laureato anche in filosofia, trasforma un suo pensiero in uno slogan e lo usa per “bollare” le entrate operaie della Fiat Pomigliano d’Arco e di Mirafiori. Così “Noi siamo quello che facciamo” diventa un monito disciplinante per gli operai a fare gli operai in fabbrica e fuori. A non mettersi grilli per la testa, a pensare a produrre per i padroni. Perchè se quello fanno quello sono.

Aristotele da buon filosofo capirebbe subito che a Marchionne storpiare la sua citazione è servito anche a mettere a valore il suo “fare” manageriale e avrebbe riso alla notizia della Fiat che lascia l’Italia fondando il nuovo gruppo FCA, Fiat Chrisler Automobiles, integrando Torino e Detroit, con sede legale in Olanda e quella fiscale a Londra.

Aristotele avrebbe riso perchè si era già arrabbiato prima, quando durante le trattative sindacali Marchionne chiude la partita con ridondanti rassicurazioni su occupazioni, centralità nazionale italiana e altre fesserie e varca l’oceano per managerare in America. Aristotele avrebbe già capito il gioco del grande capitano di ventura: aveva prosciugato tutto il latte della vacca che il popolo sovrano italiota ha ingrassato e munto per regalarlo alla Fiat dalla nascita fino alla sua FCAzione e oltre, aiutato dai sindacati, dai partiti e di tutti i governi della nostra beneamata “Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

 

 

Però la citazione tradotta in uno slogan perde una parte. Lo slogan è monco, costruito su una una frase incompiuta. Ha una parte mancante, la parte fondante della frase stessa, quella che ne completa il senso. Svelandolo.

“Siamo quello che facciamo… ma non quello che siamo costretti a fare per sopravvivere”. Questa dovrebbe essere è la frase completa che i padroni non vogliono completar e che nascondono accuratamente.

Marchionne ed, in genere chi ci sta sopra, ama questa frase monca poiché esprime l’orgoglio della razza padrona per quello che fa. Ma la verità è un’altra. E’ che lorsignori non fanno e non sanno fare quasi niente.

La razza padrona ricopre semplicemente dei ruoli funzionali nella gerarchia delle filiera dello sfruttamento dei potenti. Questi ruoli sono accessibili solo a loro ed ai loro pari, protetti come sono da una coltre invalicabile, per i comuni mortali, di stage, di master, di specializzazioni in ogni parte del mondo, di relazioni amicali e parentali, praticabili solo e solamente a suon di denaro e di status, senza aver niente a che vedere con il lavoro, le competenze, la sapienza, le tecniche, sapienza o di altri meriti meritocratici.

altre qualità di questo tipo, anche se sono modellati strutturalmente sopratutto per far credere che in quegli ambiti

sceneggiando, continuamente, una ideologia e uno spettacolo, per far credere che abbiano una funzione produttiva indispensabile, che va quindi, adeguatamente, cioè notevolmente, ricompensata.

Naturalmente da chi sta sotto.

Lorsignori, non fanno altro che gestire, attraverso lo sfruttamento, il lavoro, le relazioni della cooperazione sociale, la vita e le sue molteplici attività come il sapere, le tecniche, l’intelligenza, le abilità e tutto quello che l’umanità pensa, crea e fa.

Non fanno niente, gestiscono il lavoro e la vita degli altri.

Sono dei parassiti dell’umanità e del suo mondo, dei criminali che rubano la ricchezza della vita in comune di chi sta sotto, depredando e devastando le risorse della nostra terra.

Significativo che la mezza frase, “Siamo quello che facciamo”, è montata sopra l’ingresso operaio. Qui si passa per andare a lavorare. lo slogan non è mica collocato sull’entrata dei manager e dei padroni, dove farebbe sorridere.

E’ sull’ingresso produttivo della fabbrica che lo slogan “produce” un’immagine apparentemente innocente ed innocua, oltre che interclassista, che riesce ad inglobare virtualmente la vita ed il lavoro degli operai. E qui che l’immagine dopo la cattura virtuale, viene venduta, spacciata, nel dominio rappresentativo, come l’operatività e l’alacrità dei padroni e per i loro servi. L’immagine anche se usurpata, non  avendo alcuna corrispondenza con la realtà immanente, viene “gestita” e venduta dalla razza padrona, molto materialisticamente e concretamente, tanto da riuscire a mascherare lo sfruttamento fino a farlo quasi scomparire dalla mente dell’umanità.

18.3.2012