La comunità che viene

Di seguito il libro integrale La comunità che viene di Giorgio Agamben. 1990. Da monoskop.org.

La comunità che viene

Indice
I.       Qualunque
II.      Dal Limbo
III.     Esempio
IV.     Aver luogo
V.      Principium indiciduationis 
VI.     Agio
VII.    Maneries
VIII.   Dernonico
IX.     BanIteby
X.      Irreparabile
XI.     Etica
XII.    Collants Dim
XIII.   Aureole
XIV.   Pseudonimo
XV.    Senza classi
XVI.   Fuori
XVII.  Omonimi
XVIII. Schechina
XIX.   Tienanmen
L’irreparabile
I.
II.
III.

 

I

Qualunque

 

L’essere che viene è l’essere qualunque. Nell’enumerazione scolastica dei trascendentali (quodlibet ens est unum, verum, bonum seu perfectum, qualsivoglia ente è uno, vero, buono o perfetto), il termine che, restando impensato in ciascuno, condiziona il significato di tutti gli altri, è l’aggettivo quodlibet. La traduzione corrente nel senso di «non importa quale, indifferentemente» è certamente corretta, ma, quanto da forma, dice esattamente il contrario del latino: quodlibet ens non è «l’essere, non importa quale, ma «l’essere tale che comunque importa»; esso contiene, cioè, già sempre un rimando alla volontà (libet) , l’essere qual-si-voglia è in relazione originale col desiderio.

II Qualunque che è qui in questione non prende, infatti, la singolarità nella sua indifferenza rispetto a una proprietà comune (a un concetto, per esempio: l’esser rosso, francese, musulmano), ma solo nel suo essere tale qual è. Con ciò, la singolarità si scioglie dal falso dilemma che obbliga la conoscenza a scegliere fra l’ineffabilità del’individuo e I’intellegibilità dell’universale. Poiché l’intellegibile, secondo la bella espressione di Gersonide, non è un universale né l’individuo in quanto compreso in una serie, ma «la singolarità in quanto singolarità qualunque». In questa, I’esser-quale è ripreso dal suo avere questa o quella proprietà, che ne identifica l’appartenenza a questo o quell’insieme, a questa o quella classe (i rossi, i francesi, i musulmani) – e ripreso non verso un’altra classe o verso la semplice assenza generica di ogni appartenenza, ma verso il suo esser-tale, verso l’appartenenza stessa. Cosi l’esser-tale, che resta costantemente nascosto nella condizione di appartenenza («vi è un x tale che appartiene a y») e che non è in alcun modo un predicato reale, viene esso stesso alla luce: la singolarità esposta come tale è qual-si-voglia, cioè amabile.

Poiché l’amore non si dirige mai verso questa o quella proprietà delI’amato (l’esser-biondo, piccolo, tenero, zoppo), ma nemmeno ne prescinde in nome dell’insipida genericità (l’amore universale) : esso vuole la cosa con tutti i suoi predicati, il suo essere tale qual è. Esso desidera il quale solo in quanto è tale – questo è il suo particolare feticismo. Cosi la singolarità qualunque (l’Amabile) non è mai intelligenza di qualcosa, di questa o quella qualità o essenza, ma solo intelligenza di una intellegibilità. Il movimento, che Platone descrive come I’anamnesi erotica, è quello che trasporta l’oggetto non verso un’altra cosa o un altro luogo, ma verso il suo stesso aver-luogo – verso l’Idea.

II

Dal Limbo

 

Da dove provengono le singolarità qualunque, qual è il loro regno? Le questioni di Tornmaso sul limbo contengono gli elementi per una risposta. Secondo il teologo, infatti, la pena degli infanti non battezzati, che sono morti senz’altra colpa che il peccato originale, non può essere una pena afflittiva, come quella dell’inferno, ma unicamente una pena privativa, che consiste nella perpetua carenza della visione di Dio. Solo che di questa carenza gli abitanti del limbo, a differenza dei dannati, non provano dolore: poiché hanno soltanto la conoscenza naturale e non quella soprannaturale, che è stata piantata in noi dal battesimo, essi non sanno di essere privati del sommo bene, o, se lo sanno (come ammette un’altra opinione) non possono rammaricarsene più di quanto un uomo ragionevole si affliggerebbe di non poter volare. Se provassero dolore, infatti, poiché soffrirebbero di una colpa di cui non possono emendarsi, il loro dolore finirebbe con l’indurli in disperazione, come avviene ai dannati, e questo non sarebbe giusto. Di più: i loro corpi sono, come quelli dei beati, impassibili, ma solo per quanto riguarda l’azione della giustizia divina; per il resto, essi godono pienamente delle loro perfezioni naturali.

La pena più grande – la carenza della visione di Dio – si rovescia cosi in naturale letizia: incurabilmente perduti, essi dimorano senza dolore nell’abbandono divino. Non è Dio ad averli dimenticati, ma sono essi ad averlo già sempre scordato, e contro il loro oblio resta impotente la dimenticanza divina. Come lettere rimaste senza destinatario, questi risorti sono rimasti senza destino. Né beati come gli eletti, né disperati come i dannati, essi sono carichi di una letizia per sempre inesitabile.

Questa natura limbale è il segreto del mondo di Walser. Le sue creature si sono irreparabilmente smarrite, ma in una regione che sta al di là della perdizione e della salvezza: la loro nullità, di cui vanno cosi fiere, è innanzitutto neutralità rispetto alla salvezza, l’obiezione più radicale che sia mai stata levata contro l’idea stessa della redenzione. Propriamente insalvabile è, infatti, la vita in cui non vi è nulla da salvare e contro di essa naufraga la poderosa macchina teologica dell’oiconomia cristiana. Di qui la curiosa miscela di bricconeria e di umiltà, di incoscienza da toon e di scrupolosa acribia che caratterizza i personaggi di Walser; di qui, anche, la loro ambiguità, per cui ogni rapporto con loro sembra sempre sul punto di finire a letto: né di Upei pagana né di timidezza creaturale si tratta, ma semplicemente di una limbale impassibilità di fronte ala giustizia divina. Come il condannato liberato nella colonia penale kafkiana, che è soprawissuto alla distruzione della macchina che doveva giustiziarlo, essi si sono lasciati alle spalle il mondo della colpa e della giustizia: la luce che piove sulla loro fronte è quella – irreparabile – dell’alba che segue alla novissima dies del giudizio. Ma la vita che comincia sulla terra dopo l’ultimo giorno è semplicemente la vita umana.

III

Esempio

 

L’antinomia dell’individuale e dell’universale ha la sua origine nel linguaggio. La parola albero nomina infatti indifferentemente tutti gli alberi, in quanto suppone il proprio significato universale in luogo dei singoli alberi ineffabili (teminus supponit significatum pro re). Essa trasforma, cioè, le singolarità in membri di una classe, di cui il senso definisce la proprietà comune (la condizione di appartenenza e). La fortuna della teoria degli insiemi nella logica moderna nasce dal fatto che la definizione dell’insieme è semplicemente la definizione della significazione linguistica. La comprensione in un tutto M dei singoli oggetti distinti m, non è nient’altro che il nome. Di qui i paradossi inestricabili delle classi, che nessuna «bestiale teoria dei tipi» può pretendere di ridurre. I paradossi definiscono, infatti, il luogo del’essere linguistico. Esso è una classe che appartiene e, insieme, non appartiene a se stessa, e la classe di tutte le classi che non appartengono a se stesse è la lingua. Poiché l’essere linguistico (l’esser-detto) è un insieme (l’albero) che è, nello stesso tempo, una singolarità (l’albero, un albero, quest’albero) e la mediazione del senso, espressa dal simbolo € non può in alcun modo colmare lo iato in cui solo l’articolo riesce a muoversi con disinvoltura.

Un concetto che sfugge all’antinomia dell’universale e del particolare ci è da sempre familiare: è l’esempio. In qualsiasi ambito esso faccia valere la sua forza, ciò che caratterizza l’esempio è che esso vale per tutti i casi dello stesso genere e, insieme, è incluso fra di essi. Esso è una singolarità fra le altre, che sta però in luogo di ciascuna di esse, vale per tutte. Da una parte, ogni esempio è trattato, infatti, come un caso particolare reale, dall’altra, resta inteso che esso non può valere nella sua particolarità. Né particolare né universale, l’esempio è un oggetto singolare che, per cosi dire, si dà a vedere come tale, mostra la sua singolarità. Di qui la pregnanza del termine che in greco esprime l’esempio: para-deigma, ciò che si mostra accanto (come il tedesco Bei-spiel, ciò che gioca accanto). Poiché il luogo proprio dell’esempio è sempre accanto a se stesso, nello spazio vuoto in cui si svolge la sua vita inqualificabile e indimenticabile. Questa vita è la vita puramente linguistica. Inqualificabile e indimenticabile è sola la vita nella parola. L’essere esemplare è l’essere puramente linguistico. Esemplare è ciò che non è definito da alcuna proprietà, tranne l’esser-detto. Non l’esser-rosso, ma l’esser-detto-rosso; non l’esser-Jakob, ma l’esser-detto-Jakob definisce l’esempio. Di qui la sua ambiguità, non appena si decida di prenderlo veramente sul serio. L’esser-detto – la proprietà che fonda tutte le possibili appartenenze (l’esser-detto italiano, cane, comunista) – è, infatti, anche ciò che può revocarle tutte radicalmente in questione. Esso è il Più Comune, che recide ogni comunità reale. Di qui l’impotente onnivalenza dell’essere qualunque. Non si tratta né di apatia né di promiscuità o rassegnazione. Queste singolarità pure comunicano soltanto nello spazio vuoto dell’esempio, senza essere legate da alcuna proprietà comune, da alcuna identità. Esse si sono espropriate di tutte le identità, per appropriarsi dell’appartenenza stessa, del segno €. Tricksters o perdigiorno, aiutanti o toons, essi sono gli esemplari della comunità che viene.

 

Ultime frasi del libro

Vedere semplicemente qualcosa nel suo essere-cosi: irreparabile,
ma non per questo necessario; cosi, ma non per questo contingente – è l’amore.

Nel punto in cui percepisci l’irreparabilità del mondo, in quel punto esso è trascendente.

Come il mondo è – questo è fuori del mondo.

Sotto il link di tutto il libro in pdf.

Giorgio Agamben, La comunità che viene. 

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