Crollo ponte Morandi 1. La voracità globale dei Benetton

dott. nessuno

Fra il 1991 ed il 1997 i Benetton hanno comprato 900 mila ettari di terra nella Patagonia Argentina. Lo hanno fatto con la loro Compañía de Tierras Sud Argentino S.A. quando il loro amico Menen, allora Presidente dell’Argentina, ripartiva interi pezzi del paese ai suoi amici.

Così mentre i Benetton diventano uno dei principali proprietari della Patagonia Argentina, le ripartizioni di Menen sono fra le cause fondanti dell’esplosione della devastante crisi che investì il paese del 2001. La crisi distrusse mezza Argentina insieme alle vite di decine di migliaia di proletari, riducendone alla miseria, alla fama, all’emarginazione, alla criminalità e al degrado fisico e psichico altri milioni – come da noi. La nazione ed i governi che la gestiscono, si ripartiscono fra ricchi e potenti risorse indispensabili alla riproduzione dell’esistenza e della vita ed i proletari ne pagano il prezzo con il loro sangue.

Questo attacco di classe viene respinto anche con l’organizzazione di espropri proletari di centinaia di aziende abbandonate. Migliaia di operai e proletari occupano, autogestiscono e convertono queste imprese in attività di utilità sociale. Si costruiscono e si mettono in funzione centinaia di forni per il pane, si organizza lo stoccaggio, la trasformazione, la conservazione e la distribuzione di grano, ortaggi, verdure e frutta in cooperazione con i contadini senza mediazioni e gestioni esterne. Si creano asili e mense ed altre attività come il riciclaggio dei rifiuti e la messa in funzione di tipografie ad esempio.

Lo slogan di questo movimento è Que se vayan todos, Che se ne vadano tutti, che è cosa antagonista alle richieste di nazionalizzazione.

Anche il Laboratorio Diana partecipa a questo movimento: commissiona e traduce un libro degli amici di una tipografia occupata ed autogestita che ospitammo a Salerno.

In questo periodo i Benetton, approfittando del massacro dei proletari argentini e dell’inflazione galoppante, organizzano lo sfruttamento intensivo della Patagonia. A farne le spese furono sopratutto i Mapuche (‘Mapu’ nella lingua indigena significa terra e ‘che’ popolo). I Benetton cacciano gli indigeni dalla loro terra per far posto a 260 mila capi di pecore e montoni ed a oltre 16 mila bovini da macello. Le pecore ed i montoni producono un milione e 300 mila chili di lana all’anno interamente esportati in Europa.

I Mapuche si difendono organizzando una dura resistenza (battezzandola Resistenza Ancestrale) riprendendosi la loro terra, occupandola. Ed i Benetton ricorrono alla nazione ed il governo da inizio alla strage dei Mapuche. La polizia insieme a vigilantes privati (mercenari), su indicazione degli spioni di Benetton, rastrellano le terre e sfollano gli indigeni. Sgombrano, picchiano, ammanettano, trascinano via donne e bambini, incendiano case, stalle e depositi. Rubano tutto ciò che c’è da rubare, compresi gli animali – che se non hanno valore commerciale come i cani e gatti vengono uccisi. E lo fanno ciclicamente. Il mainstream dice che non risultano spargimenti di sangue. Ma intanto i Mapuche spariscono.

La notizia dell’identificazione del corpo di Santiago Maldonato, un complice, un partigiano dei Mapuche, è del 17 ottobre 2017. Il suo cadavere è stato ritrovato affogato, dopo più di due mesi in un fiume nelle proprietà dei Benetton.

Noi, a differenza dei sinistrati, pensiamo che la morte di Santiago non sia l’unica e nemmeno l’ultima. La morte del partigiano, che non è un indigeno, è più ‘pesante’ di quella di un Mapuche perchè vive fuori dai flussi comunicativi globali del mainstream, in piccoli gruppi ed in fattorie isolate. La famiglia di Santiago invece è di un’area metropolitana in provincia di Buenos Aires, dove la globalizzazione ha prodotto grosse striature.

Per questo pensiamo che in Patagonia le mani dei Benetton si siano sporcate di molto più del sangue comune di Santiago. Sopratutto durante la crisi argentina. Approfittando della confusione avrà fatto un bel ripulisti generale nelle sue nuove proprietà. Ma naturalmente queste sono stupide illazioni di tipi strani come Santiago: oggi l’unica realtà vera è quella virtuale certificata dal danaro. E così i Mapuche saranno più credibili come una nuova merendina come pure Santiago sarà più realistico come l’attore dello spot pubblicitario che fa ridere i bambini-consumatori da uno schermo televisivo.

Naturalmente l’Italia non è l’Argentina. Qui gli affari si fanno in modo più elegante. In Patagonia bisogna che la Nazione, il Governo e lo Stato mandino la polizia a ripristinare la legge (dei Benetton). In Italia, invece, basta incaricare qualche commercialista a mantenere la spesa della manutenzione di un ponte al minimo possible senza, per carità, trasgredire le leggi (delle nazioni, dei governi, degli Stati e dei Benetton), per uccidere più di quaranta persone.

Ora è il momento dei 5s(cemi) di creare i nuovi mostri sanguinari della contemporaneità liquida, postmoderna ed inconsistente come loro. Sempre, però, rispettando la legge e con la stessa avidità dei Benetton. Quelle del capitale.

La scelta sarà preceduta da una spettacolare ed esaltante suspense, animata dai sinistrati e dai nazionalsocialisti, su quale forma dovranno assumere questi nuovi mostri del capitale. Se quella pubblica o privata. O mista.

Qualche operaio morirà nel cantiere e sarà una disgrazia. La gentrificazione delle area interessate ai lavori sfollerà qualche migliaia di proletari e sarà una necessità. Mentre la ricostruzione del vecchio ponte, o di uno nuovo, porterà onori, potere e danaro ai politici, ai loro amici prenditori e ai manager pubblici. Ed il popolo bue applaudirà, salvo indignarsi di nuovo quando gli cadrà un’altra volta in testa. E così via…

In questo un ruolo non marginale avrà l’autocompiacente autoreferenzialità dei nazionalizzatori, di destra e di sinistra. I quali, presi dal sacro furore ideologico, dimenticheranno che è stata proprio la nazione a regalare la gestione delle autostrade ai Benetton e che quando le autostrade erano amministrate dal pubblico, non è che le cose andassero meglio.

Que se vayan todos!

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