Gilles Deleuze. L’immanenza: una vita…

Quello che segue è il saggio di G. Deleuze, L’immanence: une vie…, apparso per la prima volta nel 1995, a pochi mesi dalla morte del filosofo, nella rivista ‘Philosophie’ n. 47. La traduzione è di F, Polidori fatta per ‘aut aut’ n. 271-272, del 1996.

Cos’è un campo trascendentale? Un campo trascendentale si distingue dall’esperienza in quanto non si riferisce ad un oggetto nè appartiene ad un soggetto (rappresentazione empirica). Inoltre, si presenta come pura corrente di coscienza a-soggettiva, coscienza pre-riflessiva impersonale, durata qualitativa della coscienza senza io. Può sembrare curioso che questi dati immediati possano definire il trascendentale: si parlerà di empirismo trascendentale, in contrapposizione a tutto ciò che costituisce il mondo del soggetto e dell’oggetto.

C’è qualcosa di selvaggio e di possente in un simile empirismo trascendentale. Non è certo l’elemento della sensazione (empirismo semplice), poiché la sensazione è solo un taglio nella corrente di coscienza assoluta. E’ piuttosto, per quanto due sensazioni possano essere vicine, il passaggio da una all’altra, come divenire, come aumento o diminuzione di potenza (quantità virtuale). Bisogna allora definire il campo trascendentale attraverso la pura coscienza immediata senza oggetto né io, in quanto movimento che non comincia e né finisce? (Anche la concezione spinoziana del passaggio o della quantità di potenza si richiama alla coscienza).

Ma tra il campo trascendentale e la coscienza c’è solo un rapporto di diritto. La coscienza diventa un fatto solo se un soggetto si produce simultaneamente al suo oggetto, entrambi fuori campo e come se fossero ‘trascendenti’. Al contrario, finché la coscienza attraversa il campo trascendentale a una velocità infinita diffusa ovunque, non c’è niente che la possa rivelare.

Nota 1: Henri Bergson, Materia e memoria (1896, 1911) in Opere, a cura di P. A. Rovatti, Mondadori, 1986: “come se riflettessimo sulle superfici la luce che ne emana, la quale, in quanto non cessa di propagarsi, non sarebbe mai stata rivelata”

Essa infatti si manifesta solo riflettendosi su un soggetto che la rinvia a degli oggetti. Per questo il campo trascendentale non può essere definito dalla sua coscienza che, pur essendogli coestensiva, sfugge a qualsivoglia rivelazione.

Il trascendente non è il trascendentale. In mancanza di coscienza, il piano trascendentale si caratterizza come un puro piano di immanenza, in quanto si sottrae ad ogni trascendenza, tanto a quello del soggetto che a quello dell’oggetto.

Nota 2: Jean-Paul Sartre, La trascendenza dell’Ego. 1936. trad. italiana Egea, Milano, 1992. ‘Sartre pone un campo trascendentale senza soggetto, che rimanda ad una coscienza impersonale, assoluta, immanente: in rapporto ad essa, il soggetto e l’oggetto sono dei ‘trascendenti’

L’immanenza assoluta è in sè: non è in qualche cosa, qualcosa, non dipende da un oggetto e non appartiene ad un soggetto. In Spinoza l’immanenza non è alla sostanza, ma la sostanza e i modi sono nell’immanenza. Quando il soggetto e l’oggetto, che sono esterni al piano dell’immanenza, vengono considerati come soggetto universale o oggetto qualsiasi ai quali l’immanenza viene attribuita, siamo di fronte ad un vero snaturamento del trascendentale, ridotto soltanto a duplicare l’empirico (così in Kant), e ad una deformazione del’immanenza che si ritrova in tal modo contenuta nel trascendente.  L’immanenza non si riferisce a Qualcosa come unità superiore a ogni cosa, né a un Soggetto come atto che opera la sintesi delle cose: solo quando l’immanenza non è altro che immanenza a sé si può parlare di un piano di immanenza. Il piano di immanenza non è definito da u Soggetto o da un Oggetto capaci di contenerlo, non più di quanto il campo trascendentale sia definito dalla coscienza.

Diciamo che la pura immanenza è UNA VITA, e nient’altro. Non è immanenza alla vita, ma l’immanente che non è in niente è, una vita. Una vita è l’immanenza dell’immanenza, l’immanenza assoluta: è completa potenza, è completa beatitudine. La filosofia più tarda di Fichte, nella misura in cui supera le aporie del soggetto e dell’oggetto, intende il campo trascendentale come una vita, che non dipende da un Essere e non è sottoposta a un Atto: coscienza immediata assoluta, la cui attività non rimanda più a un essere, ma non cessa di porsi in una vita.

Nota 3: Già nella seconda introduzione alla Dottrina della scienza [Zweite Einleitung in die Wissenschaftslivre fur Leserditi schon ein philosophiches System baben, in “Phisosophicher Journal einer Gesellschafr tetitcher Gelehrten”, vol. VI, fasc. I 1797]: “l’intuizione dell’attività pura, che non è niente di fisso, ma progresso, non un essere, ma una vita”. Ouvre choisies de philosophie premiere, Vrin, Paris, p. 274, Sulla vita secondo Fichte, cfr. Initiation à la vie bienheureuse [Guida alla vita beata (1806), a cura di A. Cantoni, Principato, 1950]

Il campo trascendentale diventa allora un vero e proprio piano di immanenza che reintroduce lo spinozismo nel più profondo dell’ operazione filosofica. Non capito forse qualcosa di simile  a Maine de Biran, nella sua “ultima filosofia” (quella che era troppo stanco per portare a buon fine), quando scoprì sotto la trascendenza una vita immanente assoluta? Il campo trascendentale è definito da un piana di immanenza da una vita.

Cos’è l’immanenza? Una vita… Nessuno meglio di Dickens ha raccontato cos’è una vita, dove l’articolo indeterminativo è indice di trascendentale. Una canaglia, un cattivo soggetto disprezzato da tutti, è ridotto in fin di vita; ed ecco che quelli che se ne prendono cura mostrano una sorta di sollecitudine, di rispetto, di amore per il minimo segno di vita del moribondo. Tutti si danno da fare per salvarlo, al punto che nel più profondo del suo coma il malvagio sente qualcosa di dolce penetrare in lui. Ma, via via che si riprende i salvatori diventano sempre più freddi, e lui riacquista tutta la sua volgarità, la sua cattiveria. Tra la sua vita e la sua morte c’è un momento in cui una vita gioca con la morte, e nient’altro. 

Nota 4: Charles Dickens, Il nostro amico comune. Garzanti, 1962

La vita dell’individuo ha lasciato il posto a una vita impersonale, e tuttavia singolare, che esprime un puro evento affrancato dagli accidenti della vita esteriore ed interiore, ossia della soggettività e della oggettività di ciò che accade. “Homo tantum” di cui tutti hanno compassione  e che conquista una sorta di beatitudine. E’ un a ecceità, che non deriva più da una individuazione, ma da una singolarizzazione: vita di pura immanenza, neutra al di là del bene e del male, poiché solo il soggetto che lo incarna in mezzo alle cose la rendeva buona o cattiva. La vita di questa individualità scompare a vantaggio della vita singolare immanente a un uomo che non ha più nome, sebbene non si confonda con nessun altro. Essenza singolare, una vita…

Non bisognerebbe limitare una vita al semplice momento in cui la vita individuale affronta l’universale morte. Una vita è ovunque in tutti i momenti attraversati da questo o quel soggetto vivente e misurati da tali oggetti vissuti: la vita immanente porta in sè gli eventi o le singolarità, e questi non fanno che attualizzarsi nei soggetti e negli oggetti. Questa vita indefinita non ha momenti per quanto vicini siano gli uni dagli altri, ma soltanto frat-tempi, fra-momenti. Non sopraggiunge, nè succede, ma, presenta l’immensità del tempo vuoto dove si vede l’evento ancora a venire e già arrivato, nell’assoluto di una coscienza immediata. L’opera romanesca di Lernet Holenia mette l’evento in un frat-tempo che può inghiottire interi reggimenti. Le singolarità e gli eventi costitutivi di una vita coesistono con gli accidenti di una vita corrispondente, ma non si raggruppano nè si dividono allo stesso modo. comunicano fra di loro in modo del tutto diverso fra gli individui. E inoltre si vede che una vita singolare possa fare a meno di ogni individualità, o di ogni altro concomitante che la individualizzi. Per esempio i neonati si somigliano tutti e non possiedono affatto individualità; ma hanno singolarità, un sorriso, un gesto, una smorfia, eventi che non sono caratteri soggettivi. I neonati sono attraversati da una vita immanente che è pura potenza, e anche beatitudine attraverso le sofferenze e le debolezze. Gli indefiniti di una vita perdono ogni indeterminazione nella misura in cui riempiono un piano di immanenza o – il che è,  a rigore la stessa cosa – costituiscono  gli elementi di un campo trascendentale (la vita individuale al contrario resta inseparabile dalle determinazioni empiriche). L’indefinito come tale non denota una determinazione empirica, ma una determinazione di immanenza o una determinabilità trascendentale. L’articolo indeterminativo è l’indeterminazione della persona, ma è anche la determinazione del singolare. L’Uno non è il trascendente che può contenere anche l’immanenza, ma l’immanente contenuto in un campo trascendentale. Uno è sempre l’indice di una molteplicità: un evento, una singolarità, una vita… Si può sempre sostenere che un trascendente è esterno al piano di immanenza, oppure se lo attribuisce: resta però il fatto che ogni trascendenza si costituisce unicamente nella corrente di coscienza immanente propria di questo piano. 

Nota 5: lo riconosce anche Husserl: “L’essere del mondo è necessariamente trascendente alla coscienza, anche nell’evidenza originaria, e resta necessariamente trascendente. Ma questo non modifica assolutamente il fatto che ogni trascendenza si costituisce unicamente nella vita della coscienza, in quanto inseparabilmente legata a questa vita…” Meditazioni cartesiane (1950) Bompiani, 1989. Sarà il punto di partenza di Sartre. 

La trascendenza è sempre un prodotto di immanenza. 

Una vita contiene solo virtuali. E’ fatta di virtualità, eventi, singolarità. Il virtuale non è qualcosa che manchi di di realtà, ma è ciò che si inserisce in un processo di attualizzazione seguendo il piano che gli dà la sua realtà propria. L’evento immanente si attualizza in uno stato di cose ed in uno stato vissuto che lo fanno accadere. Anche il piano di immanenza si attualizza in un Oggetto e in un Soggetto ai quali è attribuito. Ma, per poco che siano separabili dalla sua attualizzazione, il piano di immanenza stesso è virtuale, così come gli eventi che lo popolano sono virtualità. Gli eventi o singolarità danno al piano tutta la loro virtualità, e il piano di immanenza da agli eventi virtuali una piena realtà. L’evento considerato come non attualizzato (indefinito) non manca di nulla. Basta metterlo in rapporto con i suoi concomitanti: un campo trascendentale, un piano di immanenza che ci porta in una vita, le singolarità. Una ferita si incarna o si attualizza in uno stato di cose e in un vissuto; ma è un puro virtuale sul piano di immanenza che ci porta in una vita. La mia ferita esisteva prima di me…

Nota 6:  cfr. Joe Bousquet, Les Capitales, Le Cercle du livre, Paris 1955

Non una trascendenza della ferita come attualità superiore, ma la sua immanenza come virtualità sempre interna ad un ambito (campo o piano). C’è una grande differenza fra i virtuali che definiscono l’immanenza del campo trascendentale, e le forme possibili che li attualizzano e che li trasformano in qualcosa di trascendente.

Precedente La gioia avvenire forse nel tempo del sangue Successivo Roma 14 DICEMBRE 2010. Emanate miasmi...