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Considerazioni senza importanza sull’inesistente. Ovvero, del dibattito sulle Sardine.

<<Vale davvero la pena di occuparci di Sardine quando in tutto il mondo dilagano riot moltitudinari e drammatici, dal Cile a Hong Kong, dal Medio Oriente ai Gilets Jaunes? Giusto, però, per disgrazia o per fortuna, siamo in Italia.>>                                       Augusto Illuminati, Sardine, sardine, sardine…

Ecco, molto se non tutto infine si riduce a questa considerazione: «siamo in Italia». Ci siamo domandati cosa effettivamente volesse dire questa frase: che in Italia «per disgrazia» è impossibile che vi siano riot o movimenti radicali? O che «per fortuna» al momento non ve ne sono? E quindi, in entrambe i casi, bisogna non solo accontentarsi di quello che passa il convento, ma anzi parteciparvi? Oppure, soluzione nihilista, vuol dire che il problema è che qui e ora, in Italia, la sola cosa percepibile socialmente  è il nulla?

Di fatto, per noi, ciò che di minimamente interessante vi è da osservare (antropologicamente) attorno alle Sardine è questo simulacro di dibattito che si svolge nella bolla virtuale dell’estrema sinistra italiana in preda, da anni, a una crisi di senso devastante. Si va dall’entusiastica adesione a quella prudente, dall’invito ad andare a curiosare, come gli anziani davanti ai cantieri, al vade retro satana dei marxistissimi e via chattando. Si arriva addirittura a scrivere una lettera aperta al “compagno ignoto”, lettera vittimista e quindi  colpevolizzante (o viceversa?) volta a rimproverare chiunque non si senta in dovere di mischiarsi alle Sardine – o di “fare inchiesta sulla composizione sociale etc etc etc”, magari con la missione segreta, ma neanche troppo, di prenderne la direzione e da lì costruire un vero movimento – di essere un traditore della causa.

Disgraziatamente sembra che quasi nessuno prenda in considerazione una semplice disposizione dell’animo, ovvero quella di chi trova che questa mobilitazione abbia un interesse pari a quella di qualsiasi altro fatterello di cronaca politica che, nonostante le riserve che possiamo avere riguardo al termine, chiamare <<movimento>> è indice della degenerazione in corso,  e quindi se ne frega tanto di andarci che dei motivi di chi ci va che di chi non ci va, poiché fa parte di quella zona di indifferenza, nel senso di indistinto e privo di senso, che ormai è tutta la politica. Non ci lasciamo impressionare dal povero Gramsci ridotto a frasi da baci perugina: nel campo di tensione del  politico non esiste qualcosa eticamente definibile come indifferenza, se qualcosa “esiste per me come se non esistesse”, scriveva Tiqqun, “essa mi è semplicemente e con tutta evidenza ostile“. Non nemica, che sarebbe già qualcosa, bensì ostile – ovvero qualcosa che intacca la mia potenza come lo fa l’aria inquinata.

In quella lettera di rimprovero vergata da uno scrivano fiorentino, e che infatti assomiglia nei toni a quelle che il padre severo scriveva al buon e mediocre Enrico nel libro Cuore, viene detto che «La partecipazione è sempre un fatto positivo, indice di qualcosa che si muove nella società. La direzione non è mai già scritta». Ora, scomponiamo l’enunciato e vediamo di capirci qualcosa.

Primo, «la partecipazione è sempre un fatto positivo». Non c’è male come affermazione perentoria e priva di sfumature, essa serve prima di tutto a dire che chi non partecipa è negativo, che è una brutta persona insomma. Moralisti di tutto il mondo, unitevi! Ma a cosa si dovrebbe partecipare? Be’ a qualunque cosa diamine, poiché, secondo, «è indice di qualcosa che si muove nella società». Di conseguenza chi non partecipa vuol dire che non si muove e dunque, quale orrore!, non fa parte della società, un Franti insomma. La questione è dunque la mobilitazione. Non importa perché e per come: bisogna mobilitarsi. Muoversi, farlo anche senza desiderio alcuno, sembra essere ciò a cui si riassume oggi l’identità del “compagno”. Come a dire che se non lo faccesse quella identità si scioglierebbe più velocemente dei ghiacciai, aggiungendo la catasfrofe militante a quella climatica. L’estinzione della militanza giustamente precederebbe così quella della specie umana: che si cominci a farsene una ragione.

Immaginiamo che l’estensore della lettera non se ne curi, ma il concetto di mobilitazione ha una sua storia che presenta alcuni vertici, come ad esempio l’articolo che Ernst Jünger scrisse nel 1930 sulla mobilitazione totale introdotta dalla Prima guerra mondiale e che, in realtà, significava che l’ordine nella pace si doveva ormai configurare su quello bellico e che tutte le energie, il lavoro, la produzione, il diritto, la società tutta appunto, dovevano mobilitarsi e in tale stato restarvi a tempo indefinito. Mobilitazione della e attraverso la violenza che sarebbe necessariamente sfociata nella guerra civile. Ma non ci pare il caso di continuare, siamo fuori tema (se non fosse che le mobilitazioni del tipo Sardine paiono essere fatte apposta per sfuggire il tema, quello del politico con ogni evidenza). Piuttosto appare in chiaro, nella lettera, il valore metafisico e morale che ha acquisito nell’ambito di una certa sinistra la  <<mobilitazione per la mobilitazione>>: il movimento della e nella società è produttivo e quindi giusto. A prescindere. Ci si permetta almeno di dubitare, tanto del suo valore quanto della sua giustezza. Diversi tra noi, si pensi un po’, credono che la chiave sia spesso nell’arresto della produttività.

Terzo, «la direzione non è mai già scritta». Oh, penserebbe un ingenuo, è partito il movimento che potrebbe portare alla fine dello stato di cose presenti, quantomeno della sua “rappresentazione”, e non me ne sono accorto. A parte gli scherzi, non sappiamo, anche in questo caso, se lo scrivano alluda qui al materialismo aleatorio althusseriano, se non proprio alla lucreziana pioggia di atomi che danno vita al clinamen, ma siccome stiamo chiacchierando di un fenomeno nato e pasciuto tra social media, piazze, elezioni e TV, bisogna considerare che pur fosse che una percentuale X di chi va in quella piazza non sia virtualmente d’accordo con i portavoce/webmanager delle Sardine, che nessuno ha tuttavia finora abiurato o contestato, ebbene questi hanno evidentemente in mano la direzione della piazza. La quale è ovvia, tutti la conoscono e ci risparmiamo quindi di discuterla, perché non c’è nulla da discutere. Non c’è nessun dito e nessuna Luna, c’è solo che la sinistra sta imparando a usare i social con qualche anno di ritardo. La sola variante, nella piazza, sarebbe quella di agire da provocatori e, chissà, trasformarla in un tumulto, ma non crediamo sia il senso contemplato nei vari inviti più o meno normativi ad andarci (peccato!). Non c’è alcuna proposta se non quella di mobilitarsi e partecipare. Perché? Perché non si sa mai, vai a vedere che… Chi rifiuta questa proposta è un cialtrone, se la discute è qualcuno che non ama andare in piazza, oppure è un vecchio scimunito. Fine della discussione.

Ecco, ci siamo arrivati, non c’è niente da discutere. Tutta questa storia è indice dell’inesistenza, ancora prima dell’inconsistenza, dei suoi protagonisti. Ha un sapore quasi mistico questa inesistenza, e per questo ci ha interessati. Infine, che il virtuale seppelisca il virtuale, lasciate in pace tutti, se volte andateci e tanti auguri. Ci si vede sulle… no, quello è impossibile! Ecco, allora, forse sarebbe meglio parlare di cosa è fatta questa realtà.

L’attualità non esiste.

Da quieora.ink n.30 dicembre 2019.