Comitato invisibile. Ai nostri amici. Introduzione

Ai nostri amici

A Billy, Guccio, Alexis e Jeremy Hammond, dunque

Non esiste un altro mondo.
Esiste semplicemente un’altra maniera di vivere.
Jacques Mesrine

Introduzione

LE INSURREZIONI, INFINE, SONO ARRIVATE. A un tal ritmo e in così tanti paesi che a partire dal 2008 è l’intero edificio di questo mondo che, frammento dopo frammento, sembra disintegrarsi. Dieci anni fa predire una sollevazione esponeva chi lo faceva agli sghignazzi di chi ascoltava: oggi sono coloro che annunciano il ritorno all’ordine che fanno la figura dei buffoni. Ci dicevano che non ci fosse nulla di più saldo, di più sicuro, della Tunisia di Ben Ali, della indaffarata Turchia di Erdogan, della Svezia socialdemocratica, della Siria baathista, del Quebec sotto tranquillanti o del Brasile delle spiagge, delle bolsa família e delle unità di polizia pacificatrici. Si è visto come è finita. La stabilità è morta. Anche in politica ormai ci pensano due volte prima di assegnare una tripla A.
Un’insurrezione può scoppiare in ogni momento, per qualsiasi motivo, in un qualunque paese; e portare ovunque. I dirigenti camminano sul baratro. Persino la loro ombra
sembra minacciarli. Que se vayan todos! era uno slogan, è diventato parte della saggezza popolare: un basso continuo dell’epoca, un mormorio che passa di bocca in bocca per poi elevarsi verticalmente, come un’ascia, quando meno ce lo si aspetta. I politici più furbi ne hanno fatto una promessa elettorale. Non hanno scelta. Il disgusto, la pura negatività, il rifiuto assoluto sono attualmente le sole forze politiche discernibili.
Le insurrezioni sono arrivate, ma non la rivoluzione. Raramente, come è successo negli
ultimi anni, si è assistito in un così breve lasso di tempo a tanti assalti al potere ufficiale,
dalla Grecia all’Islanda. Occupare delle piazze nel cuore delle città, piantarvi delle tende, erigendovi barricate, mense o baracche di fortuna e tenervi delle assemblee è diventato presto un riflesso politico, come ieri accadeva con lo sciopero. Sembra che l’epoca abbia cominciato a secernere i propri luoghi comuni – cominciando da questo ACAB (All Cops Are Bastards) con cui una strana internazionale ad ogni ondata di rivolta costella i muri delle città, al Cairo come a Istanbul, a Roma come a Parigi o a Rio.
Tuttavia, per quanto grande sia il disordine sotto il cielo, ovunque la rivoluzione sembra
soffocarsi allo stadio della rivolta. Nel migliore dei casi un cambio di regime attenua per
un istante il bisogno di cambiare il mondo, per poi tornare immediatamente alla solita insoddisfazione. Nel peggiore la rivoluzione fa da predellino a quelli stessi che, parlando in suo nome, hanno il solo fine di liquidarla. In certi posti, come in Francia, l’inesistenza di forze rivoluzionarie abbastanza fiduciose in se stesse apre la via a coloro la cui professione consiste, infatti, nel simularla: i fascisti. L’impotenza inacidisce.
A questo punto, dobbiamo ammetterlo, noialtri rivoluzionari siamo stati sconfitti. Non
perché dal 2008 in poi non abbiamo avuto come obiettivo la rivoluzione ma perché ci
siamo allontanati, di continuo, dalla rivoluzione come processo. Quando si fallisce ce la
si può prendere col mondo intero, elaborare ogni sorta di spiegazione a partire da mille
risentimenti, persino da spiegazioni scientifiche, oppure ci si può interrogare sui punti
d’appoggio di cui il nemico dispone in noi stessi e che determinano il carattere non fortuito ma ricorrente dei nostri fallimenti. Potremmo magari interrogarci su quanto resta,
ad esempio, di sinistra nei rivoluzionari, qualcosa che li espone non solo alla sconfitta ma a un odio quasi generale. Una certa maniera di professare un’egemonia morale di cui non possiedono i mezzi è un difetto dei rivoluzionari ereditato dalla sinistra. Come anche l’insostenibile pretesa di dettare la giusta maniera di vivere – quella veramente progressista, illuminata, moderna, corretta, decostruita, non-inquinata. Pretesa che riempie di desideri omicidi chiunque si trova rigettato senza preavviso dal lato dei reazionari-conservatori-oscurantisti-provinciali-zotici-superati. L’appassionata rivalità dei rivoluzionari con la sinistra, invece di affrancarli, finisce col trattenerli sul suo terreno. Molliamo gli ormeggi!
A partire da L’insurrezione che viene siamo andati lì dove l’epoca si incendiava. Abbiamo letto, abbiamo lottato, abbiamo discusso con compagni di ogni paese e di ogni tendenza, insieme a loro ci siamo scontrati con gli ostacoli invisibili del tempo. Alcuni di noi sono morti, altri hanno conosciuto la prigione. Abbiamo perseverato. Non abbiamo rinunciato a costruire dei mondi né ad attaccare questo mondo. Dai nostri viaggi siamo tornati con la certezza di non vivere delle rivolte erratiche, separate, che si ignorano vicendevolmente e che bisognerebbe collegare tra di esse. Questo è ciò che mette in scena l’informazione in tempo reale nella sua gestione calcolata delle percezioni. L’opera della contro-insurrezione comincia da questa infima scala. Non siamo contemporanei di rivolte sparse, ma di un’unica ondata mondiale di sollevazioni che comunicano impercettibilmente fra loro. Di una sete universale di ritrovarsi, che sola spiega l’universale separazione. Di un odio generale della polizia che parla del lucido rifiuto dell’atomizzazione generale che essa supervisiona. Ovunque si legge la stessa inquietudine, lo stesso panico di fondo, a cui rispondono i medesimi soprassalti di dignità, e non di indignazione. Quello che accade nel mondo dal 2008 in poi non costituisce una serie incoerente di folli eruzioni all’interno di spazi nazionali ermeticamente chiusi. È una sola sequenza storica che si svolge in una stretta
unità di tempo e luogo, dalla Grecia al Cile. E solamente un punto di vista sensibilmente
mondiale permette di chiarirne il significato. Non possiamo lasciare il pensiero applicato
di questa sequenza ai soli think tank del capitale.
Ogni insurrezione, per quanto localizzata possa essere, fa segno al di là di se stessa, contiene immediatamente qualcosa di mondiale. In essa ci eleviamo, tutti insieme, all’altezza dell’epoca. Ma l’epoca è anche quello che troviamo al fondo di noi stessi non appena accettiamo di discendervi, quando ci immergiamo in ciò che viviamo, vediamo, sentiamo, percepiamo. Troviamo qui un metodo di conoscenza e una regola d’azione; qui risiede anche la spiegazione della connessione sotterranea fra la pura intensità politica della lotta di strada e la nuda presenza a sé del solitario. È al fondo di ogni situazione e di ciascuno che bisogna cercare l’epoca. È lì che «noi» ci ritroviamo, è lì che sono i veri amici, dispersi ai quattro angoli del mondo ma che camminano insieme.
I cospirazionisti sono controrivoluzionari quantomeno perché riservano solo ai potenti il
privilegio di cospirare. Se è evidente che i potenti complottano per preservare ed estendere le proprie posizioni è certo anche che ovunque c’è della cospirazione: negli atri dei condomini, alla macchina del caffè, nel retro dei kebab, nelle serate, negli amori, nelle prigioni. E tutti questi legami, tutte queste conversazioni, tutte queste amicizie tessono capillarmente, su scala mondiale, un partito storico all’opera – «il nostro partito», come diceva Marx. Di fronte all’oggettiva cospirazione dell’ordine delle cose, esiste una cospirazione diffusa alla quale apparteniamo di fatto. Ma al suo interno regna la massima confusione. Dappertutto il nostro partito si scontra con la sua eredità ideologica: inciampa in una serie di tradizioni rivoluzionarie sconfitte e defunte ma che esigono rispetto. Ora, l’intelligenza strategica viene dal cuore e non dal cervello e il torto dell’ideologia consiste precisamente nel fare schermo tra il pensiero e il cuore. In altri termini: bisogna forzare la porta del luogo in cui già siamo. L’unico partito da costruire è quello che è già qui. Dobbiamo sbarazzarci di tutto il caos mentale che ostacola la chiara comprensione della nostra comune situazione, della nostra comune «terrestrità», secondo l’espressione di Gramsci. La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento.
Come ogni slogan pubblicitario, la parola d’ordine «Noi siamo il 99%» trae la sua efficacia non da ciò che dice, ma da ciò che non dice. E ciò che non dice è l’identità dell’1% dei potenti. Quello che caratterizza l’1% non consiste nel fatto che siano ricchi – negli USA i ricchi sono ben più dell’1% – né che siano celebri – anzi sono piuttosto discreti e, peraltro, chi oggi non ha diritto al suo quarto d’ora di gloria?
Quello che caratterizza l’1% è il fatto che sono organizzati. Loro si organizzano anche per organizzare la vita degli altri. La verità di questo slogan è molto crudele, in effetti i numeri contano poco: si può essere il 99% e perfettamente dominati. Inversamente, i saccheggi collettivi di Tottenham dimostrano sufficientemente che si smette di essere poveri dal momento in cui ci si comincia a organizzare. C’è una considerevole differenza tra una massa di poveri e una massa di poveri determinati ad agire insieme.
Organizzarsi non ha mai voluto dire affiliarsi alla stessa organizzazione. Organizzarsi significa agire secondo una percezione comune, a qualsiasi livello essa sia. Ora, quello che fa difetto alla situazione non è la «collera della gente» o il bisogno, non è la buona volontà dei militanti né la diffusione della coscienza critica e nemmeno la moltiplicazione del gesto anarchico. Quello che ci manca è una percezione condivisa della situazione. Senza questo legame i gesti si dissolvono nel nulla senza lasciare traccia, le vite hanno la consistenza dei sogni e le sollevazioni finiscono nei libri di scuola.
La profusione quotidiana di informazioni, per gli uni allarmanti e per gli altri semplicemente scandalose, plasma la nostra comprensione di un mondo globalmente inintelligibile. Il suo aspetto caotico è la nebbia della guerra dietro la quale esso si rende inattaccabile.
È grazie al suo aspetto ingovernabile che è realmente governabile. È questo il trucco. Adottando la gestione della crisi come tecnica di governo il capitale non ha semplicemente sostituito il ricatto della catastrofe al culto del progresso, ma ha riservato per sé l’intelligenza strategica del presente, la vista d’insieme sulle operazioni in corso. Ed è questo ciò che è fondamentale contendergli. In materia di strategia si tratta di riconquistare due mosse d’anticipo sulla governance globale. Non c’è una «crisi» da cui bisognerebbe uscire. C’è una guerra che bisogna vincere.
Una intelligenza condivisa della situazione non può nascere da un solo testo, ma da un dibattito internazionale. Ma perché un dibattito abbia luogo bisogna cominciare a mettere in circolo dei documenti. Eccone uno, quindi. Abbiamo sottoposto la tradizione e le posizioni rivoluzionarie al banco di prova della congiuntura storica e abbiamo provato a tranciare i mille fili ideali che tengono legato al suolo il Gulliver della rivoluzione. Abbiamo cercato a tastoni quali passaggi, quali gesti e quali pensieri potrebbero permettere di tirarci fuori dall’impasse del presente. Non c’è movimento rivoluzionario senza un linguaggio capace di esprimere allo stesso tempo la nostra condizione e il possibile che la incrina.
Quanto segue è un contributo alla sua elaborazione. A tale scopo questo testo appare in otto lingue e in quattro continenti. Se siamo dappertutto, se siamo legioni, dobbiamo organizzarci mondialmente.

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