Aniello Torretta. Un pittore ribelle, irriducibile ad un mondo che va al contrario

dott. nessuno

Riproponiamo un articolo dal sito di costituentex scritto in occasione dell’omaggio di Giù le mani dal porticciolo ad Aniello Torretta, il 23 maggio del 2013.

Aniello da ragazzino abbandona la scuola e la casa dopo aver frequentato per tre volte il primo anno dell’Istituto artistico, cominciando a vivere in modo alternativo ed autonomo, mantenendosi facendo il pittore.

La sua scuola di vita e d’arte diventa così la strada. On the road always.

Un’esistenza da far impallidire i grandi della beat generation. La forma di vita di Aniello Torretta a Salerno è stato eguagliata solo da Jack Hirschman, cittadino onorario di Baronissi, che da professore universitario sceglie di divenire poeta-vagabondo, per sempre, ancora oggi. Mentre gli altri beat fecero il percorso inverso: da poeti vagabondi diventarono poeti delllo star-system. E Hirschman si allontanò dal movimento. 

Il road love di Aniello viene ricambiato. E la strada diventa generosa con lui. Gli offre tutto quello che gli serve per elaborare la sua arte. Dalle foglie ai cartoni delle merci, dai marciapiedi ai muri, dall’asfalto alle pietre. Tutto quello che è nella, sulla e della strada viene utilizzato e trasformato dal maestro per la sua arte. Ed è sempre la strada che consolida e matura i segni, i colori ed lo stile asciutto, immediato e arrabbiato del maestro. E’ on the road che Aniello sviluppa e matura la sua arte ed il suo mondo.

E’ una visione semplice e ontologica. Priva di sovrastrutture.

Emblematico della sua forma di vita e d’arte è l’irresistibile spettacolo che Aniello, inconsapevolmente, offriva. Lo si vedeva girare per Pastena su un motorino, traballante e precario sotto il suo peso, avanzare con marcia lenta e insicura, seguito dalla sua famiglia canina, i teneri e sgangherati Lulù e Piccirella, ignorando indicazioni dettate da segnali stradali oscuri e arbitrari che vorrebbero obbligarlo a seguire un “senso unico”. Per lui incompatibile. E a chi, sbigottito e meravigliato, ma anche e sopratutto divertito, gli chiedeva perchè va sempre e rigorosamente controsenso, Aniello rispondeva sorridendo: “E’ il mondo che va al contrario”.

Naturalmente il nostro inforcava, sempre controsenso, anche bici, preferibilmente delle ‘Graziella’ che come i suoi motorini erano inconfondibili poichè li stilizzava, tutti, personalmente. Su questi il suo stile pittorico assumeva un tono da barocco semplificato che contribuiva a dare all’andatura dei bicicli un movimento di una strana di danza arabesque.

La forma di vita del pittore, irriducibile allo status quo, lo portò ben presto ad eleggere come suo regno artistico e di vita il quartiere di Pastena. Non fu estranea a questa scelta la potenza (dell’epoca) della famigerata “Repubblica popolare de Pastena”.

Infatti Torrione, la zona dove era nato, era diventato troppo ostico per lui. Allora era un quartiere chiuso, conservatore, con un egemonia culturale fascistizzante. A Pastena, invece, tirava un’altra aria. Nel quartiere, agisce (stiamo parlando degli anni ’70 del secolo scorso) un nutrito gruppo di anarchici e autonomi che godono di una certa agibilità politica, che sfocia in momenti di vero e proprio contropotere proletario, permettendo il permanere di forme di vita meno mercificate. Le droghe leggere girano e si consumano quasi liberamente nella ed intorno alla piazzetta della “repubblica”. Mentre vengono espulse l’eroina ed i suoi spacciatori. Nel quartiere si muoveva anche, in modo abbastanza risoluto, un gruppo di ragazze scatenate, che si nomina “Violenza femminista”.

A Pastena la “meglio gioventù” salernitana e non solo, si raduna, più o meno  sediziosamente, fino a tarda notte intorno al chiosco della piazzetta ed ai muri adiacenti al Bar Sport (oggi scomparso), di fronte al sopravvissuto Bar Mexico. Qui ci si incontra e ci si organizza “alla vita e alla lotta” (slogan inventato dagli autonomi pastenensi in contrapposizione a quello pcista di “al lavoro e alla lotta”). Nella repubblica si costruivano relazioni più autentiche che le azioni rivoluzionarie consolidavano. Anche la chiusura militante e, a volte, militare delle sedi fasciste di Pastena e nei quartieri confinanti ai suoi due lati di Mercatello e di Torrione, contribuirono non poco ad aumentare l’atmosfera libertaria nel quartiere. E dove poteva vivere uno spirito libero come Aniello se non in questo quartiere? E dove poteva esprimere la propria arte un uomo senza mezzi, che viveva in altissima povertà, marginalizzato da scuola, famiglia ed istituzioni?

Anche se la sconfitta politica degli anni settanta ha cancellato questi spazi l’humus culturale che si è sedimentato è durato per decenni. Anche i protagonisti di quegli anni, seppur senza più una grossa produzione politica, non hanno abbandonato il quartiere o quantomeno ci sono restati molto affezionati.

Di Pastena e di questa realtà Aniello era parte integrante. Ha occupato e vissuto per anni in uno dei primi centri sociali autogestiti nati da queste potenze sociali.

Condividendo l’esperienza in comune con alcuni personaggi e sopratutto con “Vicienz’ senza pensieri”, scomparso prematuramente in un incidente stradale ed un professore d’arte ed artista egli stesso, oltre che militante rivoluzionario Matteo di Pace.

Aniello è rimasto sempre ancorato a questo quartiere. Quanto la sua forma di vita fosse profondamente legata a Pastena c’è lo svela un episodio della sua vita.

Conosciamo a Napoli una poetessa che aveva lo stesso stile estetico ed espressivo di Aniello e dopo profonde ed accurate riflessioni decidemmo che Aniello doveva incontrare la sua anima gemella. E combinammo l’appuntamento fra i due. Con qualche ora di anticipo imbarcammo Aniello su un treno per Napoli.

Ritornò presto. E ci disse che non era riuscito ad uscire dalla stazione di Napoli … e l’appuntamento era sotto la statua di Garibaldi a poche decine di metri.

Il fatto che non riuscisse ad allontanarsi da Pastena produceva in Aniello, anche un altro effetto. Il suo quartiere diveniva non solo la sua casa ma il suo dominio artistico.

Aniello regnava artisticamente a Pastena. E ogni lavoro di Aniello diventa un vero e proprio happening artistico a cui partecipano alternatamente, intellettuali, rivoluzionari, ragazzi, bottegai, professionisti, operai, disoccupati, casalinghe, freak (che all’epoca non erano ancora diventati frekettoni). Persino gli automobilisti si fermano per assistere alla creazioni dell’artista. Bloccando il traffico, rispondendo a chi protestava per l’ingorgo creato: “Nu mumento… Stò guardando Aniello in opera”, o qualcosa di simile.

Aniello era diventato un pretesto per staccare dalla noia quotidiana.

Questi happening si tenevano nei posti più improbabili. Strada e piazze erano il palcoscenico di Aniello. Ma anche il mare e le spiagge di questo quartiere lo attiravano fortemente ed erano fonti di ispirazioni per il suo lavoro.

Il porticciolo era una delle sue mete preferite. I suoi muri hanno ospitato per anni dei murales di Aniello. Fu capace di dipingere tutti i muri della piazzetta da solo in mezza giornata. Qui bivaccava spesso, fino a dormire sulle sue panchine vicino al mare e sotto il cielo di stelle del porticciolo, dopo aver cantato e suonato la sua chitarra in compagnia.

Contaminati dall’aria che si respirava nel quartiere anche i bottegai ed gli esercenti del ristoro cedono al fascino e all’arte di Aniello. Lo ospitavano e lo rifocillavano scambiando merci o servizi per le sue opere. I commercianti non disdicevano neanche le sue esibizioni poetiche e canore.

Quando il diabete lo insidiò fu curato da una donna. A lei Aniello si rivolgeva come a una madre. Fuggì dalla professionale ed asettica assistenza dell’Umanitas per affidarsi alle sue cure. Meno tecniche ma certamente più amorevoli e salutari.

Biografia essenziale.

Aniello Torretta, nasce a Salerno 13.12.1947  nelle ex palazzine popolari di Torrione, quartiere della zona est della città e muore nella stessa città il 27.03.2008.

La morte in giovane età della madre, lasciò un segno profondo nel piccolo Aniello e nella sua numerosa famiglia. Sopratutto nel padre che si rifugiò nell’alcol.

Ha frequentato le scuole fino al primo anno dell’Istituto Artistico di Salerno. Ma insofferente ad ogni disciplina abbandonò gli studi dedicandosi completamente alla pittura. Insieme agli studi abbandonò anche la famiglia.

La vita di Aniello si è consumata prevalentemente a Pastena, quartiere limitrofo a Torrione dove era nato. Da cui non si allontanava mai, anche se ha avuto altre residenze.  Comunque sempre  in quartieri periferici di Salerno.

Si arrese al diabete che lo consumava solo quando questi gli causò una cancrena alle gambe che lo costrinse al ricovero agli ospedali Riuniti di Salerno.  Dove morì.

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